Già in passato abbiamo affrontato il tema del razzismo come fenomeno sociale e comunicativo per comprendere come l’idea di razza venisse costruita e condivisa all’interno di gruppi che la utilizzassero poi con un effetto di discriminazione verso i diversi.

Dopo esserci soffermati sui gruppi, ora desideriamo porre la nostra attenzione sul singolo soggetto, per capire dentro la mente individuale come si genera questa forma di pensiero. Tale riflessione nasce anche sulla scia degli articoli precedenti, in particolare dalla messa in evidenza che l’effetto principale delle forme di comunicazione razzista sarebbe il consolidamento di idee di questo tipo in chi già le possiede, più che la diffusione di queste idee a nuove persone.

La domanda alla quale si cerca di dare una risposta è sostanzialmente quali siano i fattori che determinano la “predisposizione al razzismo” di una persona.

Natural Born Racist?

Alcuni anni fa l’articolo “The neuroscience of race” (Kubota & al., 2012) fece parlare della scoperta delle radici innate del razzismo. I ricercatori dell’università di New York avevano infatti scoperto attraverso tecniche di imagining cerebrale una reazione più intensa dell’amigdala (centro, tra le altre cose, deputato anche delle reazioni di paura) quando ai soggetti venivano mostrati volti di persone di razze diverse dalla propria. Una reazione simile sarebbe stata attivata anche dal semplice ascolto di un nome tipico di un gruppo etnico diverso dal proprio. Tale reazione era indipendente dal fatto che queste persone avessero effettivamente un pregiudizio razzista o meno.

La conclusione a cui giungeva lo studio era dunque che la visione di un volto con il colore della pelle diverso dal proprio attiva una reazione automatica di allerta maggiore di uno del nostro stesso colore. Appurato questo si rilevava come il processamento successivo dell’informazione da parte dei centri corticali (responsabili cioè del pensiero cosciente) avesse quindi un ruolo determinante ad assecondare o contrastare questa prima reazione.

In base a questa prima reazione nei nuclei cerebrali profondi qualcuno ha iniziato a parlare dunque di razzismo innato.

Natura VS Cultura?

Sempre nello stesso anno un altro articolo comparso sulla rivista Psychological Science (Hodson &al, 2012) metteva in luce una connessione tra adesione a forme di pregiudizio razzista (o omofobo) e basse capacità intellettive. Più nel dettaglio questo studio rilevava le persone più abituate a utilizzare un pensiero elaborato e complesso siano presentino minori quote di pregiudizio razziale, rispetto invece a chi utilizza una modalità di reazione meno filtrata.

Ciò che sembrerebbe dunque emergere da questi due studi è che, se da una parte si può parlare di una reazione di paura automatica attivata dal confronto con qualcuno immediatamente riconoscibile come “diverso da sé”, dall’altra questa reazione immediata può essere poi elaborata dal pensiero più evoluto per assecondarla o contrastarla.

È chiaro quindi che per questi studiosi questa seconda elaborazione operata tramite la variabile culturale assume un ruolo chiave: chi si trova in un contesto assecondante il pregiudizio razzista, o chi ha maggiore accessibilità a forme di pensiero di questo tipo, confermerà questa reazione iniziale. Chi, al contrario, si inserisce in un contesto più inclusivo reagirà a questo primo impulso contrastandolo e sviluppando una reazione opposta.

Per capire il discrimine tra queste due risposte appare opportuno sottolineare come per l’essere umano l’identificazione di “risposta fisiologica” con il concetto di “reazione naturale” appare impropria: la natura umana non può prescindere dalla cultura e quindi dalla rete di significati a cui l’individuo è intrinsecamente e inevitabilmente connesso. Confondere fisiologico e naturale appare epistemologicamente errato, perché non esiste alcun individuo che possa scindersi dal contesto in cui è inserito, magari anche per prenderne le distanze.

Esiste un attaccamento alla razza?

Proprio per restare nell’ambito di quelle risposte “fisiologiche” che hanno a che fare con reazioni di paura, è noto da tempo che il bambino poco prima del compimento del primo anno di età inizi a manifestare in modo esplicito la paura dell’estraneo. Pur essendo capace da diversi mesi di distinguere i volti delle persone note da quelle sconosciute (sono noti gli studi che hanno rilevato come il viso materno sia identificato già dopo poche ore dalla nascita), con il tempo il bambino sviluppa una reazione di inquietudine quando  incontra un viso non noto.

Tale reazione istintiva continua ad esserci anche dopo l’anno (il bambino continua a distinguere visi conosciuti da sconosciuti e usa questo riconoscimento in modo corretto), ma l’apprendimento seguente aiuta il bambino a regolare la propria risposta. In pratica anche per la semplice paura dell’estraneo il bambino avrebbe una prima reazione istintiva, a cui poi segue un’elaborazione più sofisticata dell’informazione e della risposta che il bambino ritiene opportuno dare.

Anche in questo caso il passaggio dalla manifestazione della reazione di paura alla sua regolazione  passa dallo sviluppo della corteccia prefrontale, proprio tra il 7° e il 12° mese, come rilevato da Chugani e collaboratori, dell’Università del Michigan.

Anche per la normale reazione agli sconosciuti, tuttavia, l’influsso di quanto appreso nel contesto di crescita risulta determinante, come hanno dimostrato migliaia di studi sull’attaccamento e non: i bambini che crescono in un contesto insicuro manifesteranno una reazione insicura, chi cresce in un contesto più sicuro sarà invece più tranquillo.

Non è improprio infatti pensare che, dietro uno stile genitoriale insicuro si celi il significato “attento: il mondo è pericoloso”, e quindi una “cultura dell’insicurezza”, mentre uno stile genitoriale sicuro si basi su un assunto più fiducioso.

Risposte insufficienti…

È possibile dunque che quanto emerso dall’esperimento sopra rilevato altro non sia che uno sviluppo abbastanza ovvio di conoscenze già note? È possibile che anche la predisposizione razzista sia spiegata con un riconoscimento progressivo del noto dall’ignoto, dove il colore complessivo del volto rappresenta forse la primissima caratteristica percepita, perché più evidente delle altre, che sarebbero quindi registrate in seguito?

In tutta sincerità, al di là di quanto emerso dai singoli studi effettuati, ricondurre un fenomeno articolato e complesso come il razzismo ad una semplice reazione istintiva iniziale pare una semplificazione eccessiva. Lo stesso però va riconosciuto anche per l’identificazione di una disposizione multirazziale con un puro costrutto culturale: questa ipotesi infatti non spiegherebbe, ad esempio, la comparsa di forme di altruismo interrazziale anche in fasi della vita in cui la cultura non può aver svolto un ruolo così incisivo da prevalere sulla predisposizione naturale (come la primissima infanzia), o addirittura le forme di altruismo spontaneo che si osservano in altri primati non umani sia verso individui non parenti o appartenenti ad altre specie.

Parlare quindi di razzismo o solidarismo innato appare quantomeno improprio alla luce dei dati emersi da queste ricerche.

…o un quesito sbagliato?

È quindi impossibile arrivare ad una risposta? È possibile che il problema non sia la risposta, ma la domanda, e gli studi evoluzionistici possono darci un aiuto a risolvere il dilemma.

Telmo Pievani (2014), ad esempio, parte dal riconoscimento che comportamenti pro-sociali e comportamenti anti-sociali possano essere ugualmente riconosciute come innate, alla base di una serie di osservazioni e ricerche condotte sia nell’ambito umano che di altre specie. La sua ipotesi è quindi quella di sostituire l’idea di istinti innati (sia di segno razzista che di segno solidaristico) con il concetto di precursori naturali, cioè competenze filogenetiche che fanno da precursori della cognizione umana non solo per quanto riguarda i rapporti con altri individui, ma in una molteplicità di spettri del sapere.

Questi precursori, al pari degli istinti, sarebbero innati, e quindi universali e influenti anche al di fuori di un’azione cosciente da parte dell’individuo, ma a differenza di questi possono avere un’influenza variabile sullo sviluppo seguente, in base all’incidenza dell’educazione o di altri fattori ambientali, storici e sociali. Questi inoltre possono essere contemporaneamente attivi, “contraddittori e ambivalenti, perché risultato di pressioni selettive antagonistiche…” (pag. 162).

In base a questa ipotesi, quindi, la questione non sarebbe se siamo chiusi o aperti ad altre razze, ma quando e quanto ci apriamo e ci chiudiamo: quali condizioni favoriscono una nostra predisposizione alla chiusura verso l’altro o all’apertura verso di lui.

L’educazione può essere uno dei fattori, ma non l’unico. Condizioni storico-sociali, economiche, o anche solo contingenti, possono ugualmente incidere a determinare un cambiamento della nostra posizione.

Sembra quasi di sentir riecheggiare le pungenti parole di Gaber: “In Virginia il signor Brown/era l’uomo più antirazzista/ un giorno sua figlia sposò un uomo di colore/ lui disse bene/ ma non era di buon umore”. Nella mente del signor Brown confliggono emozioni e pensieri diversi, ugualmente reali, legati a precursori naturali diversi, co-agenti e legati a fattori diversi.

Secondo questa visione, dunque razzismo o solidarismo non sarebbero “questioni di casacca”, ma due componenti ugualmente potenzialmente presenti. Ciò non esclude naturalmente il fatto che una determinata storia personale porti a consolidare una posizione rispetto all’altra, e che inevitabilmente, in questo argomento come in altri, alcune posizioni possano diventare particolarmente cementate, ma queste due dimensioni possono restare vive e presenti dentro ciascuno di noi.

Nel bene e nel male.

 

A firma di:

Dott. Carlo Boracchi – Psicologo e psicoterapeuta

 

 

Bibliografia:

H.T. Chugani, A critical period of brain development: study of cerebral glucose utilization with PET, in Preventive Medicine 27, 184-188 (1998), article no. PM980274

  1. Gowin, The neuroscience of racial bias, https://www.psychologytoday.com/blog/you-illuminated/201208/the-neuroscience-racial-bias

Kubota, J.T., M.R. Banaji, E.A. Phelps, the neuroscience of race,  http://www.nature.com/neuro/journal/v15/n7/full/nn.3136.html

  1. Pievani, Siamo scimmie assassine p scimmie empatiche? Quell’insana passione per le domande sbagliate, in Evoluti e abbandonati, Einaudi, Milano, 2014
  2. Hodson, M.A. Busseri, Bright Minds and Dark Attitudes – Lower Cognitive Ability Predicts Greater Prejudice Through Right-Wing Ideology and Low Intergroup Contact, http://pss.sagepub.com/content/23/2/187.short