Come già scritto in un nostro precedente articolo, nessuno è razzista da solo. Il razzismo acquista valore e significato solo attraverso una rete di soggetti che, esplicitamente o implicitamente interconnessi, si riconoscono parte di una comunità distinta e contrapposta ad un’altra qualificata in termini dispregiativi.

Dopo aver provato ad illustrare “come nascano i pollini” dell’odio razziale, vorremmo ora provare a capire “il vento che li trasporta in giro”: come funziona cioè la comunicazione razzista, la trasmissione e diffusione dei pensieri e delle idee che alimentano l’odio contro altri esseri umani.

Una prima domanda che può essere interessante porsi è: pubblicare notizie costruite secondo un’ottica razzista aumenta la “quota di razzismo” circolante? Possiamo trovare una risposta facendo riferimento agli studi che hanno cercato di capire come e quanto la comunicazione mass-mediale (sotto forma di notiziari, pubblicità, fiction, intrattenimento, ecc.) abbia ricadute sul pubblico fruitore. Il quesito fondamentale all’origine di questi studi potrebbe essere così formulato: sono i media a determinare le convinzioni del pubblico su un argomento, o è il pubblico con le sue idee a selezionare i contenuti, influenzandone la trasmissione? La risposta data dalla ricerca finora svolta in diversi ambiti, a partire dagli anni ’40 fino ai giorni nostri, sembra confermare una bidirezionalità del rapporto, per cui entrambi i processi di influenza avverrebbero contestualmente, con alcune specifiche modalità di azione.

Certamente non può essere ignorato il fatto che la salienza data a specifici argomenti da parte dei media determini una polarizzazione del pensiero del pubblico su quel determinato tema, indipendentemente dal suo contenuto e dalla rilevanza effettiva nella vita di ciascuno: chi ha in mente le psicosi alimentari seguite ad alcuni allarmismi poi rivelatisi infondati o sopravvalutati (mucca pazza o influenza aviaria dei polli per citare due casi noti) può comprendere ciò di cui stiamo parlando. Allo stesso modo la pubblicazione di notizie riguardanti reati compiuti da parte di persone qualificate per la loro appartenenza (nazionale, culturale o religiosa) genera un clima di attivazione e pregiudizio nei confronti di uno specifico gruppo, indipendentemente dalla reale incidenza statistica di tali episodi.

Contemporaneamente la polarizzazione del pensiero non significa automaticamente allineamento: le cosiddette “teorie della coltivazione” secondo cui il pubblico veniva plasmato dai media, sono state riconosciute infondate. Chi riceve notizie le elabora sempre, e parlare di polarizzazione del pensiero significa che quell’argomento diventa rilevante a livello di dibattito sociale, ma non determina automaticamente il modo in cui viene inteso: chi non si riconosce nella ricostruzione della notizia effettuata non vede scalfito il proprio punto di vista e la propria opinione, che anzi potrebbe essere addirittura rafforzata “per distinzione”.

Tradotto nel nostro discorso ciò significherebbe che la creazione e diffusione di notizie a sfondo razzista non avrebbe tanto l’effetto di aumentare il numero di persone razziste, quanto di confermare chi già vede nell’immigrato e nel diverso un nemico, cementando le sue idee. Ciò sarebbe legato al fatto che la prima fonte utilizzata dalle persone per la costruzione delle proprie convinzioni è l’esperienza diretta personale. In assenza di esperienza diretta le persone si rifanno a leader d’opinione che possono essere scelti tra personaggi pubblici o persone significative: quanto più ci si riconosce in lui/lei, tanto più l’idea espressa diventa parte delle nostre opinioni.
È solo quando su un determinato argomento non abbiamo alcuna esperienza diretta, né i nostri leader d’opinione sembrano averne una, che ci si affida a notizie e impressioni casuali, la cui fondatezza e autorevolezza assumono spesso scarsissima rilevanza, data la difficoltà e resistenza spesso a controllare la veridicità delle fonti.

Da ciò che abbiamo detto finora deriva la considerazione che un elemento essenziale perché “il vento del razzismo” abbia effetto è che in qualche modo il polline giunga in una pianta già predisposta ad accoglierla.
L’altro lato della medaglia è che purtroppo, specularmente, anche i tentativi di smontare idee razziste non possono passare prioritariamente dalla diffusione di notizie e informazioni di segno opposto (che certamente comunque male non fanno…), in quanto tali “pollini” tenderanno ugualmente ad attecchire solo in chi già è predisposto a riceverli.

Analizzando gli articoli e i post che compongono la costellazione razzista notiamo come le modalità di costruzione delle notizie attingono quasi sempre alle stesse strategie: individuare o creare una notizia “sufficientemente scandalosa” secondo l’antica regola delle “3S” (soldi, sesso, sangue); mettere in evidenza degli elementi di interesse, lasciando quelli contrastanti sullo sfondo; sottolineare la nazionalità del protagonista della vicenda; rinviare a fonti non verificabili o false. L’obiettivo fondamentale di questa macchina è chiaro: provocare un “vento” carico dal punto di vista emotivo, povero di contenuti, ma abbastanza potente da rafforzare quelle idee che vorrebbero eliminare la creazione di una società in cui le differenze possono coesistere.

Dott. Carlo Boracchi

 

Bibliografia:

Anolli, L. (a cura di), 2007, Psicologia della comunicazione, Bologna, Il Mulino
Smith E.R. e Mackie D.M. 2004, Psicologia sociale, Bologna, Zanichelli
Fabietti, U. e Matera, V. 1999, Memoria e identità, Roma, Meltemi editore
Arcuri, L. e Castelli, L., 1996, La trasmissione dei pensieri, Bologna, Zanichelli

Internet:
http://www.famigliacristiana.it/articolo/rubiamo-i-bambini-ai-rom.aspx
http://firenze.repubblica.it/cronaca/2015/08/15/news/insulti_sui_social_network_in_sei_mesi_piu_di_100_sono_finiti_sotto_inchiesta-120989914/
http://www.giornalettismo.com/archives/1096161/quei-siti-razzisti-che-spopolano-sul-web/