Articoli

Amori sotto assedio: la vita delle famiglie israelo-palestinesi nel sistema di apartheid in Israele

gerusalemme

Di Alberto Mascena

In Israele le unioni miste tra cittadini israeliani e palestinesi sono costrette a vivere in una condizione di precarietà sociale e legale. Questa condizione non è un’anomalia o una mera difficoltà burocratica: è il risultato diretto di un sistema istituzionale che, secondo numerose organizzazioni per i diritti umani, configura un regime di apartheid strutturale e sistemico.

Le coppie miste sono ostacolate nel loro diritto alla convivenza, alla libertà di movimento e soprattutto al ricongiungimento familiare. In pratica, il riconoscimento dei diritti più basilari viene negato o sospeso, trasformando un sentimento intimo e
privato come l’amore in una questione politica di controllo, esclusione e repressione. In questo contesto, ogni unione mista viene vista come un potenziale “pericolo” per la sicurezza nazionale, un pretesto per legittimare politiche discriminatorie e razziste.

Tra discriminazione istituzionale e negazione dei diritti fondamentali

Il principale strumento legislativo che istituzionalizza questa discriminazione è la Citizenship and Entry into Israel Law (Temporary Order), entrata in vigore nel 2003 e regolarmente rinnovata fino ad oggi. Questa legge vieta ai palestinesi provenienti da Cisgiordania e Gaza di acquisire la cittadinanza israeliana o la residenza permanente anche se sposati con cittadini israeliani. Non esiste nel mondo un’altra legge che impedisca così radicalmente a coppie sposate di vivere insieme nel territorio nazionale.

Non si tratta di una mera norma di sicurezza o di un’eccezione temporanea: Amnesty International, in un rapporto del 2022, ha definito questa legge come “una forma istituzionalizzata di discriminazione basata sull’origine etnica e nazionale, contraria ai principi fondamentali dei diritti umani” (Amnesty International, 2022). Allo stesso modo, Adalah – The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel ha documentato che decine di migliaia di famiglie vivono quotidianamente sotto queste restrizioni, con pesanti ripercussioni sulle loro vite (Adalah.org).

Oltre alla legge sul ricongiungimento familiare, Israele ha costruito un sistema legale e sociale che nega sistematicamente i diritti a un intero gruppo di popolazione in base all’appartenenza etnica e religiosa. Human Rights Watch, nel rapporto A Threshold Crossed (2021), ha chiaramente affermato che Israele mantiene un sistema che soddisfa i criteri del crimine internazionale di apartheid:

  • dominio sistemico e intenzionale di un gruppo etnico (gli ebrei israeliani) su un altro (i palestinesi).
  • legislazioni e politiche con chiari intenti discriminatori.
  • negazione strutturale di diritti fondamentali come la cittadinanza, la libertà di movimento, il diritto alla famiglia.

Questa situazione è aggravata dalla legge sullo “Stato-nazione del popolo ebraico” approvata nel 2018, che sancisce Israele come patria esclusiva del popolo ebraico e relega i palestinesi – che rappresentano circa il 20% della popolazione – a cittadini di seconda classe, privi di pari diritti (HRW, 2021). Tale legge conferma e formalizza in termini normativi la discriminazione strutturale.

La continuità ideologica tra stato e religione

Il diritto di celebrare i matrimoni civili laici consente alle coppie di ogni fede e origine di sposarsi liberamente. Questa è una realtà consolidata nella maggior parte degli stati del mondo.

Israele fa eccezione. L’ esercizio del diritto matrimoniale è gestito esclusivamente dalle autorità religiose che seguono i precetti della legge ebraica (Halakhah), la quale impone un divieto de facto dei matrimoni misti tra ebrei e non ebrei. Pertanto, non esistono matrimoni civili o laici in Israele, e nessuna autorità religiosa ebraica celebra un’unione tra un ebreo e un palestinese o un non ebreo.

Questo monopolio religioso è utilizzato come strumento per impedire la formazione di famiglie miste, rendendo le unioni tra ebrei e palestinesi legali solo se celebrate all’estero e poi riconosciute (con tutte le difficoltà burocratiche che ne conseguono).

Il rabbino David Rosen, una figura di spicco nelle relazioni interreligiose, ha apertamente criticato questa situazione, definendola un “ostacolo ingiustificato” che si oppone alla libertà individuale e contribuisce ad alimentare divisioni sociali
(Rosen, 2019). Anche l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha evidenziato che il monopolio religioso sul matrimonio in Israele rappresenta un’anomalia rispetto agli standard internazionali dei diritti umani
(OECD, 2020).

La negazione del diritto al matrimonio misto non è un problema marginale o simbolico: rappresenta un chiaro meccanismo per preservare la “purezza” etnica e religiosa dello Stato ebraico, impedendo la creazione di legami che potrebbero
minare la sua identità esclusiva. È quindi una forma di controllo sociale e politico che si innesta perfettamente nel quadro più ampio delle politiche di apartheid e discriminazione.

Non è un caso che le famiglie miste israelo-palestinesi siano costrette a vivere spesso in un limbo giuridico, senza piena cittadinanza, soggette a controlli, permessi temporanei e continue minacce di deportazione o separazione.

L’amore come forma di resistenza politica

Ogni coppia e famiglia mista in Israele rappresenta in sé un atto di resistenza, un laboratorio spontaneo di convivenza, dialogo e pace. In un territorio lacerato da conflitti e discriminazioni, queste unioni dimostrano che la coesistenza è possibile e necessaria per superare l’apartheid.

Come sottolinea Sawsan Zaher, avvocata di Adalah, “le famiglie miste sono forse l’ultimo spazio spontaneo dove ebrei e palestinesi possono costruire insieme qualcosa di vero. Eppure vengono continuamente ostacolate e criminalizzate” (Adalah.org).

In un momento storico in cui il mondo si confronta con sfide globali di pace e integrazione, Israele continua a erigere muri legali, politici e sociali che impediscono ai cittadini di vivere e amarsi liberamente.

Difendere il diritto delle famiglie miste israelo-palestinesi, dunque, non è solo una battaglia di civiltà, ma una sfida diretta alla logica di separazione e oppressione che domina in Israele. Se l’amore non conosce confini, nemmeno la legge dovrebbe erigerli.

News, Eventi e Storie

Altri articoli