“Il diario di nostra figlia” di Lucia e Zizo

Exemple

Ci presentiamo.

Siamo Lucia, Zizo e Sara, ovvero la famiglia Emara-Zucchella (italo-egiziana per la precisione).

Questo sarà il nostro piccolo diario. Senza pretese racconterà di noi tre prima di tutto alla nostra Sara, così che quando sarà in grado di leggere e comprendere,  conoscerà ancor di più il grande amore che l’ha generata.
Facciamo un passo indietro: come si sono incontrati mamma e papà? Oggi scriverò io questa pagina, Lucia. Zizo ed io ci siamo conosciuti 6 anni fa all’Arci corvetto di Milano davanti a un caffè. Non da avventori casuali,  in quel momento stavamo battagliando entrambi perché nessun essere umano fosse considerato illegale (la Bossi-Fini ha costretto e costringe nell’ombra tanti cittadini non europei) ed insieme partecipavamo alle riunioni della rete milanese chiamata allora Immigrati Autorganizzati. Da una parte papà, senza un pezzo di carta che potesse farlo vivere “legalmente” e lavorare alla luce del sole in Italia e che si impegnava con l’associazione Todo Cambia di cui faceva parte per far conoscere e comprendere i diritti anche di chi è costretto a vivere ai margini, in primo luogo ai propri connazionali, dall’altra la mamma che voleva capire come contribuire.

Insieme abbiamo fatto manifestazioni, incontri anche istituzionali, tavoli di lavoro, e siamo diventati grandi amici,davvero inseparabili.

Io mi appoggiavo a Zizo per le pene d’amore di allora, guarda cosa con un suo “paesano”. Zizo certo poteva capirmi, consigliarmi, senza mai giudicarmi. Ho sempre sentito grande affetto da parte sua. Lui invece condivideva con me il dolore per la lontananza dai suoi cari, in Egitto. Semplicemente stavamo bene insieme, ci aiutavamo e ci divertivamo tanto in compagnia l’uno dell’altra.

Oltre all’impegno sociale abbiamo condiviso serate con gli amici, concerti, passeggiate, gite e la nostra amicizia è crescita sempre più, fino a diventare amore..confessato un paio di anni dopo, dopo che finalmente con l’ultima sanatoria era arrivato anche l’ambito pezzetto di carta che ha permesso a Zizo di “soggiornare legalmente” nel paese che aveva già scelto come la sua casa.

Come è scattata la scintilla, da chi è arrivata poi la proposta di matrimonio lo vediamo nella prossima pagina del nostro diario. La nostra è una storia a tratti molto intensa e non vogliamo svelarla tutto subito..

 

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Lina e Amir: un’unione italo-iraniana

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Mi chiamo Lina Rossi, ho 38 anni, vivo a Roma e sono italiana da 7 generazioni. Da circa 10 anni vivo con un compagno iraniano, Amir Irani, di 47 anni. Lui è musulmano sciita dalla nascita, ma non particolarmente osservante. Amir vive in Italia da quasi 20 anni ed è perfettamente integrato professionalmente e socialmente.

Non ho mai pensato di vivere in una relazione interrazziale. Quando lo incontrai per la prima volta, durante un incontro pubblico all’Università, non avrei mai pensato di vivere un futuro insieme a lui. In quel tempo ero molto diffidente, riservata, e chiusa verso le esperienze amorose. Ma lui provò una forma di curiosità verso di me, così fece la mossa di conoscermi. Con molta pazienza e umiltà riuscì a vincere le diffidenze iniziali e così conquistò la mia fiducia.

Dopo 9 mesi di frequentazioni sporadiche, presso bar e locali, ci siamo innamorati ed abbiamo deciso di vivere insieme.

Il dialogo tra noi è piuttosto franco e aperto, perciò non vi è nulla di difficoltoso nella nostra relazione. Entrambi abbiamo concordato la gestione dei tempi e degli spazi comuni. Spesso ci confrontiamo sulle problematiche quotidiane, rispettando reciprocamente i nostri punti di vista. Il mio compagno ha sempre dimostrato grande empatia e capacità di “reciprocità”, in ogni aspetto della vita comune.

La nostra storia d’amore è stata piena di sfide, più di quanto si possa immaginare.  Innanzi tutto, il mio compagno non è stato mai del tutto accettato dalla mia famiglia di origine, famiglia estremamente cattolica e legata a dogmi e valori anacronistici. Inoltre anche alcuni “amici” e conoscenti, proiettavano su di lui pregiudizi e “luoghi-comuni” legati a una visione limitata e stereotipata del mondo mediorientale. Pensavano (tuttora alcuni conoscenti lo pensano) erroneamente che si tratti di un uomo eccessivamente geloso, maschilista o autoritario. All’opposto, il mio attuale compagno mi ha sempre lasciata piuttosto libera. Nonostante la sua gelosia (mai eccessiva o patologica) non mi ha mai impedita di viaggiare e inseguire le mie aspirazioni: da quando sono fidanzata con lui, vivo le mie ambizioni ed aspirazioni con molta più libertà. Inoltre, sin dal nostro primo incontro, lui apprese della mia militanza femminista. Al contrario delle varie forme di meschinità e mediocrità maschile con cui mi scontrai nell’ arco degli anni precedenti, lui ritenne utile e importante il mio attivismo. Vi dirò di più: m’incoraggiò maggiormente a continuare il mio impegno per una maggiore promozione delle libertà e della dignità femminile.

Come in precedenza scritto, il mio compagno non è stato mai del tutto accettato all’interno della mia famiglia. Purtroppo, esiste tutt’ora un pregiudizio e preconcetti immotivati ed irrazionali verso di lui e il suo entroterra culturale. Questo resta l’aspetto più doloroso della nostra relazione.  Ad ogni modo, nonostante Amir sia un uomo fondamentalmente laico, aperto e tollerante (lo dimostra quotidianamente lasciandomi libera di viaggiare da sola e  non condizionando le mie scelte politiche e professionali) non tollera che vada in giro con abiti eccessivamente succinti. Su alcune usanze e abitudini “occidentali” mostra ancora un po’ di titubanza o “resistenza”. Nonostante debba indossare abiti classici e “coprenti”, soprattutto quando esco o vado in luoghi pubblici, la cosa non mi crea molto fastidio. In realtà, anch’io non ho mai amato gli abiti eccessivamente succinti. Oltre a ciò, non abbiamo mai avuto problemi in materia religiosa.

Attraverso il mi compagno ho “recuperato” valori di vitale importanza ma socialmente “dimenticati” o vissuti come qualcosa di sacrificabile (almeno nella nostra civiltà) come: la paziente condivisione, l’ascolto pacato e reciproco, il concedersi tempo per riflettere e fermarsi. Non sapevo che la maggior parte delle loro usanze e pratiche, potessero aprire ed alimentare il mio orizzonte. Quando visitiamo alcuni parenti iraniani, dovrei salutare uno per uno, stringere la mano ai maschi, baciare le donne tre volte e fare esattamente quello che fanno tutti in casa. Ho imparato che questi semplici gesti sono molto importanti per loro.

 

 

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Andavo quasi ogni sera a bere il caffè al circolino, la mia vita è sempre stata una continua ricerca inquieta di qualcosa che potesse stimolare in me un significato per continuare a vivere, un ideale, qualsiasi cosa pur di non sopportare più le persone che mi circondavano; tra gli impostati che si sentivano socialmente riconosciuti ho sempre preferito i disadattati, ma anche a loro stava bene così, non ricercavano la verità, certo per trovare la verità dobbiamo essere disposti ad accettare ciò che non ci aspettavamo, e forse è una qualità rara.

Quella sera la signora che gestiva il circolo mi presentò Crishanthika, una sua amica; non provai subito per lei attrazione fisica e non fui colpito dalla sua bellezza, ma ero fortemente interessato da quello che diceva. Non ricordo bene cosa mi disse ma attraverso le sue semplici parole iniziai a sperare in qualcosa che non sapevo cose fosse e dove mi avrebbe portato; ma appena mi chiese se fossi disposto ad accompagnarla il giorno dopo per risolvere un problema di suo fratello, accettai immediatamente, avrei fatto di tutto per continuare a parlare con lei.  Da quel giorno  non abbiamo più smesso di frequentarci. Dopo 6 mesi in occasione del matrimonio di suoi due fratelli, andai con lei in Sri Lanka per conoscere i suoi genitori e presentarmi come suo fidanzato.

Prima di conoscere lei, al di là delle responsabilità lavorative, conducevo una vita dissoluta, trascuravo la casa dove vivevo e  me stesso, se uscivo con qualche mio amico disadattato avrei sicuramente abusato di bevande alcoliche o sostanze stupefacenti, inoltre disprezzavo mio padre e tutte le persone che non avevano un impegno sociale o politico come me.  Di lei mi piaceva l’attaccamento alla famiglia e l’entusiasmo per le ricorrenze familiari; si interessava in modo sano a me. Mi ha aiutato a migliorare il rapporto con mio padre, poi ha cambiato la disposizione dei vestiti negli armadi, separando i vestiti per la settimana e i vestiti per la domenica, cosa per me allora inconcepibile e ritenuta una usanza borghese, ma fatto da lei era magnifico; era disposta a darmi tutto senza riserve non avrebbe mangiato un gelato senza di me e anch’io ero disposto a fare lo stesso per lei, ma per me non era facile, non avevo e non ho mai avuto le sue qualità.

 

Le diversità suscitano una forte attrattiva all’inizio ma nel tempo recano molti problemi, questa e la nostra esperienza; infatti Crishanthika inizialmente mi sosteneva nell’impegno politico poi si stancò. Poi iniziarono a scontrarsi i nostri caratteri, il mio eccessivamente suscettibile e permaloso, il suo  ipercritico e le discussioni aumentavano. Inoltre non voleva che fumassi e per questo motivo cercavo sempre di farle credere che avevo smesso, ma non ci riuscivo mai.  Nel momento che arrivammo al punto di rottura, Crishanty mi propose di studiare la Bibbia con i Testimoni di Geova che aveva conosciuto il giorno prima; premetto che nonostante sia sempre stato una persona di larghe vedute, qualche pregiudizio nei loro confronti ce l’avevo, ma questo era l’unico appiglio che era rimasto, doveva succedere qualcosa di forte perché così non sarebbe potuta continuare la nostra relazione, e comunque loro non avrebbero potuto reggere il confronto con un sindacalista.

Fu così che rimasi sorpreso dalla loro mitezza, dalla loro preparazione e dall’amore per il prossimo e soprattutto dall’amore che il nostro creatore Geova Dio, per mezzo di loro ha permesso che noi pervenissimo alla verità (Giovanni 6:44) e ci battezzassimo come suoi testimoni; non è stato facile per me fare i cambiamenti necessari,  e non si finisce mai di migliorare, la Bibbia è veramente la parola di Dio, ed ha cambiato la mia vita (Ebrei 4:12).  Oggi nonostante le ansietà ed i problemi siano aumentati, possiamo affermare che siamo molto più uniti di prima (Ecclesiaste 4:12).

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“La mia esperienza di coppia mista” di Hareg

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Io e mio marito siamo una coppia mista da più di 9 anni. Io sono originaria dell’ Etiopia mentre mio marito è Italiano. La coppia mista di per se già attira gli occhi della gente.

Adesso dopo diverso tempo, siamo visti “uguali, come le altre coppie non miste. Però all’inizio è stato molto difficile perché io non parlavo bene la sua lingua quindi facevo fatica a capire certe cose. Una volta è capitato che mio marito mi ha detto una parola che io ho frainteso, per questo abbiamo litigato!

Di sicuro abbiamo imparato che ci vuole pazienza in una relazione mista e la voglia di conoscere l’altra persona ti da la forza di andare avanti. Nella maggiore parte dei casi la comunicazione è importante per conoscere l’altra persona, e non dialogare bene ci mette nella condizione di commettere errori. Dobbiamo sforzarci per essere capiti.

La vita di una coppia mista nel privato è uguale a tutte le altre coppie, ognuno deve fare il suo dovere, sia come marito che come moglie.

Molte delle persone al di fuori del nostro mondo si lasciano guidare dall’ istinto che li porta ad avere pregiudizi nei nostri confronti. La sensazione è quella di essere visti male e avvolte ti criticano senza conoscerti, anche lo sguardo, a volta, si fa “pesante”.

La prima esigenza di una coppia mista è quindi la corretta comunicazione, cioè se la comunicazione è quanto meno sufficiente, questa rinforza il rapporto di coppia. Di conseguenza anche all’esterno della coppia, il concetto di riuscire a comunicare bene ti permette di integrarti meglio.

I primi anni sono stati pieni di novità, perché c’è la voglia di farsi conoscere da entrambi i lati, più si approfondisce vivendo insieme quotidianamente, più si migliora. Giorno dopo giorno ho capito tanti cose, sia belle che brutte.

Secondo me le persone che hanno il desiderio di confrontasi e cercare l’anima gemella in persone diverse dal proprio mondo hanno un qualcosa di “speciale” e coraggioso, senza nulla togliere alle coppie non miste. Tuttavia, quando ci si fidanza con una persona quasi totalmente diversa da se stessi è già una sfida in partenza, perché si sa che esistono ancor prima di cominciare degli ostacoli oggettivi sia nel rapporto diretto che indiretto (aspetto sociale).

Le coppie miste hanno (o dovrebbero avere) la capacità di superare le diversità (o avversità) che si creano anche solo per il fatto di essere “diversi”; bisogna riuscire a trovare insieme la soluzione ai problemi. Avere la pazienza e riuscire a dare l’ amore senza condizionamenti è una regola di base.

Per questo motivo vorrei ringraziare la persona che per me è molto cara e speciale, che sa prendermi, capirmi ma sopratutto supportarmi!

Grazie amore mio.

Vi lascio con un detto: ”L’apparenza inganna”, quindi mai soffermarsi alle prime impressioni anche se queste ci fanno paura o non sembrano essere di nostro gradimento.

 

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Kriss e Sonu: una coppia italo-indiana

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Tutto iniza nell’Agosto 2010 quando dopo una vacanza in una associazione olistica mi innamoro dei massaggi ayurvedici. Torno e mi iscrivo subito ad un corso, dopo 3 livelli ad agosto 2011 decido di seguire un master in India a Jaipur.

Erano anni che sognavo l’India: è sempre stata nel cuore fin da piccola. La mia famiglia, però, non ha mai voluto perché “l’India è sporca e ci sono le malattie”, cosi mi dicevano.

Parto i primi di agosto 2011 con un gruppo di amiche per 1 mese in India. I primi 15 giorni abbiamo fatto un tour, e gli ultimi 15 giorni  abbiamo seguito il master in Ayurveda a Jaipur.

Il 25 Agosto 2011 decidiamo di non rientrate nel B&B, ma di farci un giro nel mercato di Hawa Mahal, il palazzo dei venti. Un’ amica aveva bisogno di un paio pantaloni bianchi in cotone, cosi prendiamo il nostro TUC TUC e andiamo. Arriviamo nella piazza vicino al palazzo dei venti, e un ragazzo si avvicina a noi. Ci dice che lui ha dei pantaloni bianchi a poche rupie…cosi entriamo in questo negozio.
Ovviamente il prezzo non era lo stesso, un gran buon venditore.

La mia amica si arrabbia e inizia ad alzare la voce, cosi il buon venditore entra e chiede a me in un italiano un po maccheronico: “cosa è successo?” Rispondo che il prezzo che lui ci ha detto non è reale. Il buon venditore mi fa sedere di fronte a lui e mi chiede come mi chiamo. Lui si chiama Sonu, e dopo 2 parole in italiano mi chiede “Do you speak english?” Cosi chiacchieriamo un po in inglese, mi chiede il numero di cellulare, e mi chiede se voglio uscire con lui per una birra. Dico “ok” , ma appena arrivo al B&B il proprietario mi dice che essendo io sotto la sua responsabilità non posso uscire con i ragazzi dei negozi, per la mia sicurezza, al che per alcuni giorni devo inventare delle scuse per non uscire con Sonu, il quale mi chiamava in continuazione.

Torno in italia e tramite FB gli mando un messaggio scusandomi del fatto di non essermi fatta viva. Lui per 15 giorni non mi risponde perché si era offeso, poi inizia a scrivermi. Cosi dopo 1 mese e mezzo di chat e telefonate, mi dice che si è innamorato di me e mi chiede se posso tornare in India per conoscerci. Io ho un lavoro fisso quindi non posso, al che lui dice: “vengo io”, ma fare il visto turistico per un indiano…è un impresa!!!

Ricordo di avere una ex collega che ora lavora in ambasciata a Jacarta e grazie a lei Sonu riesce a venire in Italia per 45 giorni, dal 1 gennaio al 12 febbraio. Dopo essere ripartito prendiamo una decisione: se vogliamo stare assieme l’unica scelta è sposarsi,

Il 4 marzo 2012 parto per l’India e il 12 marzo 2012 arriviamo a Jaipur e ci sposiamo. Dopo la cerimonia al tempio passiamo 10 giorni davanti ad una porta del tribunale di Jaipur per avere la trascrizione del matrimonio religioso e il riconoscimento civile, cosi che si possa andare in ambasciata e fare il visto per poter iniziare la nostra vita assieme.

Sonu passi giorni fra traduttori e ambasciata, io mandao circa 10 mail al giorno e finalmente il 28 aprile arriva in Italia. E così inizia la nostra vita matrimoniale assieme!!!

A novembre 2014 grazie a Real time facciamo il matrimonio in Italia e facciamo conoscere la nostra storia…al mondo!

 

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La mia terra di Hareg

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L’Etiopia è un paese bellissimo e una terra grande con una lunga e nobile storia. Sono nate in essa diverse etnie, lingue e culture. E’ il più antico paese indipendente del continente africano e una terra di una bellezza stupefacente. L’Etiopia è considerata la culla della umanità, infatti nei suoi territori sono stati scoperti i fossili più antichi d’ominide, risalenti a più 3,5 milioni di anni fa. Il più famoso è lo scheletro completo di una donna giovane di nome “Lucy”.

Oggi la vita umana come lo conosciamo ha avuto inizio in questa regione dell’ Etiopia chiamata Afar, dove è stata appunto trovata “Lucy”.

La storia dell’Etiopia è legata alla leggenda della regina Saba. Antiche fonti elaborano il racconto biblico dell’incontro fra la Regina di Saba (chiamata Makeda nella tradizione Etiope) e il Re Salomone, collocando il Regno di Saba in Etiopia. In Etiopia è custodita l’Arca dell’Alleanza, infatti nel “Kebra Nagast” (antico e importante testo Etiope) l’Etiopia è presentata come la nuova terra dell’Alleanza, fatto simboleggiato dal dono dell’Arca compiuto da Re Salomone.

In Etiopia si trovano chiese rupestri uniche, le spettacolari cascate del Nilo Azzurro, che nasce in questi luoghi antichi e che è fonte di vita anche per l’intero Egitto. Troviamo anche la “Great Rift Valley”, posto unico al mondo per lo studio della geologia, i vulcani di ogni tipo e genere, castelli imperiali, monumenti antichi come gli obelischi della civiltà Axumita e le affascinanti meraviglie architettoniche della medievale Lalibela, fino ad arrivare ai castelli di Gondar e ai più recenti monumenti comunisti del Derg.

L’Etiopia è costituita da un altopiano e la sua capitale è Addis Abeba, che si trova ad un altitudine di 2300m sul livello di mare. La superficie del territorio è una volta quella della Francia ed è abitata da 65 milioni di persone di diverse etnie e lingue (sono parlati quotidianamente più di cento idiomi).

La lingua ufficiale è l’amarico che ha un suo alfabeto specifico. Nel calendario etiope un anno è composto da 13 mesi, di cui i primi 12 di 30 giorni ed il 13° di 5 (di 6 negli anni bisestili) e ha inizio l’11 Settembre (il 12 Settembre per gli anni successivi ai bisestili). L’ora viene calcolata dall’alba e non dalla mezzanotte, come avviene in Italia.

L’Etiopia è l’unico paese africano a non essere mai stato colonizzato, riuscendo a mantenere la sua identità nel corso dei millenni.

Altra caratteristica affascinate del mio gran paese è la storia dell’origine del caffè. Il famoso chicco è originario della provincia del Kaffa, da dove prende il nome. Il termine per indicare il caffè è simile quasi in tutto il mondo: caffè, kafye, kahawsa, kave….ed altri. Mentre in Etiopia lo si chiama “buna”. Proprio cosi il caffè, una dalle bevande più popolari e diffuse nel mondo, è nato in Etiopia. Il rito stesso della preparazione del caffè evoca profonde immagini e sapori d’altri tempi.

Questa è la mia terra. Sono orgogliosa e vado fiera di essere originaria dell’ Etiopia.

Vi lascio con questa frase: conosci te stesso prima di conoscere gli altri.

 

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“Ci vuole un villaggio intero per educare un bambino”. Dicono sia un vecchio proverbio africano, ma poco importa la sua reale provenienza: a Rieti è diventata realtà. O quantomeno si sta lavorando in quella direzione. Lo sa bene l’Arci della cittadina laziale, che 7 anni fa ha aderito al progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e ha dedicato buona parte delle sue energie per costruire un’alternativa all’anonimia delle grandi strutture per migranti. Ma l’ha fatto pensando soprattutto ai loro figli, o meglio, a chi arriva in Italia senza genitori o adulti su cui poter contare e che è meglio noto alle autorità come “minore straniero non accompagnato”. Motivo per cui, più che di un centro d’accoglienza,  avrebbe bisogno di una vera e propria “Famiglia Professionale”.

Si chiama proprio così il progetto in questione, in fase di sperimentazione e avviato nel gennaio del 2014. Una proposta ambiziosa, che punta all’inserimento nel tessuto sociale e lavorativo italiano −  oltre al soddisfacimento dei bisogni più essenziali − all’interno di un percorso che porta gradualmente i minori fuggiti da guerre e persecuzioni alla gestione autonoma della propria vita, alla cura di sé e della propria casa. Le Famiglie Professionali sono il primo step di questo percorso, i primi ad accoglierli e a prendersi cura di loro in tutto e per tutto. Soprattutto se non conoscono la lingua e magari soffrono di particolari problemi di salute.

Valeria Patacchiola, presidente dell’Arci di Rieti e tra le principali coordinatrici del progetto, ha spiegato come funziona. «Il Comune ha pubblicato un bando per chi volesse accogliere in casa un minore straniero non accompagnato. Tre famiglie hanno deciso di aderire, due sono state selezionate e attualmente abbiamo 4 ragazzi coinvolti in questo progetto, tutti richiedenti asilo». Successivamente a questa fase, che può durare dai 3 ai 9 mesi, i ragazzi vengono “spostati” in piccoli appartamenti noti come semiautonomia, dove sono costantemente seguiti da operatori o ex beneficiari Sprar ormai adulti.

Ma una comunità, per prendersi veramente a carico una questione così delicata, ha bisogno di casi concreti. Mariella e il suo compagno, una delle due famiglie aderenti al progetto, ne sono un esempio. Lei italiana, convertitasi all’Islam, lui egiziano, con un passato alle spalle non molto diverso da quello dei ragazzi: rappresentano, insomma, quella che l’opinione pubblica (e non solo) definirebbe “coppia mista”. A febbraio dello scorso anno hanno accolto il più grande, originario della Sierra Leone, mentre il secondo, gambese, è arrivato sei mesi dopo. Una storia unica la loro, sebbene le coppie miste non siano affatto un caso così singolare nel nostro Paese. «Ci siamo subito sentiti a nostro agio. È stato un processo tranquillo, quasi fisiologico. Avevamo già una panoramica del problema, anche se con i minori ovviamente è diverso, perché devi dargli un’impronta, indirizzarli, educarli». Nonostante lo spaesamento iniziale, i ragazzi pian piano si sono inseriti bene. «Pure troppo!», ha ammesso lei ridendo.

 

Anche la solidfamiglia-vinci-400-286arietà da parte di amici e parenti è stata a dir poco immediata. «Non abbiamo avuto problemi ad inserirli nel nostro vissuto, tutti i nostri familiari si sono affezionati. Li ho presentati alle mie colleghe, e anche le mie figlie ne sono molto contente. Pensate che quando è arrivato il secondo temevano che mandassero via il più grande!». Insomma, nessuna gelosia da parte dei parenti “di sangue”, anche se per gli “acquisiti” il discorso all’inizio è stato leggermente diverso. «Quando è arrivato il più piccolo si sono innescate dinamiche tipicamente familiari, come quella dell’invidia tra fratelli. Ma per noi non è stata altro che una conferma che la cosa funziona», ci hanno confessato sia la coppia che Valeria Patacchiola.

Un’integrazione perfettamente riuscita, ma non semplice da costruire. I ragazzi entrano a contatto con aspetti del tutto assenti nella cultura d’origine, come quello dell’adolescenza. Perché l’idea di passare un’età di mezzo in cui non si è né bambini né adulti, per quanto possa sembrarci banale e scontata, è squisitamente occidentale. «Nei nostri Paesi e alla loro età siamo già adulti» conferma il compagno di Mariella. Senza contare che, dopo viaggi strazianti ed esperienze dolorose, accettare regole come il coprifuoco o l’obbligo di andare a scuola tutti i giorni non è certo così scontato. «Me lo dicevano spesso all’inizio, “all’età mia io sono sposato con figli”. Anche per questo gli risulta così strano non poter uscire da scuola quando vogliono». «Per molti di quelli che arrivano l’Italia è sinonimo di libertà. Ma non è così, qui si devono rispettare le regole dei più grandi. Anche io sono venuto dall’Egitto che ero giovane, a 22 anni. Ero un uomo già da un pezzo, nel mio Paese. Qui sei praticamente un bambino fino a 25 anni, a volte 30. Da noi non esiste una cosa simile: o sei un bambino o sei un adulto». Fatto sta che Mariella e il suo compagno non si sono pentiti della loro scelta. Anzi, la ripeterebbero e consiglierebbero ad altre famiglie.

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