Simona e Alassane

Exemple

Simona e Alassane (a cura di Martina Mazzucchelli) 

Nel 1996 Simona e Alassane sono una coppia strana: lei bianca, lui nero, quando la gente li vede per strada, li guarda perplessi. 23 anni e due figli dopo sono ancora insieme, uniti dalla curiosità reciproca: Alassane partecipa alle cerimonie in Chiesa, ammira il Papa, sa cucinare italiano; Simona ama andare in vacanza in Senegal, viverne le tradizioni e imparare qualche parola nella lingua locale.
Prima di conoscerlo Simona ha viaggiato molto anche con le sue amiche, alla scoperta di quella diversità culturale che tanto la affascina, eppure il caso ha voluto che incontrasse la sua metà a due passi da casa. Generoso, avventuroso, di ampie vedute, Alassane è proprio come lei. Non a caso mi ha detto “sono fortunata”.

 

Come vi siete conosciuti?   
Ci siamo conosciuti ad una festa dove avevamo amici in comune.
Ci siamo fidanzati nel 1996 e ci siamo sposati in Senegal in una moschea, niente di formale, ma solo
una forma religiosa, per lui. In seguito, ci siamo sposati anche in Italia. I primi anni la gente era un
po’ restia, ci guardavano un po’ perplessi. Adesso, anche se a Bergamo sono ancora un po’ chiusi,
noto che la gente si è abituata.
È arrivato qui nell’89 e nel 2000 ha preso la cittadinanza italiana. È un uomo di ampie vedute,
quindi non ho mai avuto nessun problema, lui rispetta le mie usanze, io rispetto le sue.
Anzi, loro possono avere anche avere più mogli: quando ci siamo messi insieme gli ho chiesto di
essere sincero con me, perché non avrei accettato che lui si prendesse un’altra moglie. Mio marito
invece mi ha sempre detto di aver visto molti problemi nelle famiglie allargate, rivalità e gelosie tra
mogli e figli, quindi non avrebbe mai preso una seconda moglie, nemmeno se avesse sposato una
donna senegalese.
Insieme facciamo tantissime cose, ci piace viaggiare, se abbiamo l’occasione di andare a vedere un
altro Paese, ben venga, anche per conoscere altre culture. Ci piace stare a contatto con altre persone
di altri Paesi, abbiamo tanti amici boliviani, ucraini… Andiamo d’accordo con tutti, credo che
rispettarsi sia la cosa migliore, in ogni caso. È bello perché impari tante cose: ti raccontano del loro
Paese, dei loro piatti tipici, a volte noi portavamo quelli del Senegal e loro portavano i loro. Siamo
curiosi di scoprire.

 

Hai conosciuto i genitori di tuo marito quando sei andata in Senegal? 
No, no perché mio marito ha perso i genitori molto molto presto.
La prima volta che sono andata in Senegal ero timorosa, perché le abitudini e le usanze son diverse,
ma ho trovato una grande accoglienza e apertura da parte dei suoi famigliari. A volte ci sono dei
matrimoni combinati, invece nel suo caso non c’è stato nessun ostacolo; Alassane infatti mi ha detto
“non preoccuparti, perché la mia famiglia è contenta se io sono contento”.
Loro mi chiamano spesso, mi mandano dei regali, vogliono le foto dei miei figli. Aspettano il
momento in cui noi torniamo per le vacanze per star con noi, quando andiamo là sono trattata
veramente come una regina: mi dicono “tu vieni qui, devi solo riposare”; hanno un’ospitalità che
non so se esiste in altri Paesi.

Le prime volte che andavo in Senegal i suoi familiari erano un po’ preoccupati, pensavano che io
avessi vergogna a mangiare di fronte a loro. Allora ho detto “se vengo qui è per star con voi,
mangiamo tutti insieme quello che c’è, senza problemi”. Da lì loro si sono aperti, infatti mi
chiamano “la Simona senegalese”.
Tra poco ci torniamo: prima di partire raccolgo i vestiti che ai miei figli non vanno più ma sono
ancora belli e glieli porto, anche le mie colleghe ci danno qualcosa, vestiti, tovaglie… Faccio un
carico di roba e li distribuisco a chi ne ha bisogno. Là ci sono dei vicini di casa che mi aspettano,
oppure quando vado in giro e vedo qualcuno che è bisognoso gli dico “passa da casa che ti do
qualcosa” e loro sono contenti.
Per me ormai è diventato il mio secondo Paese. Abbiamo anche dei progetti, quando i figli saranno
grandi e indipendenti e noi saremo in pensione: vorremmo trascorrere là la stagione invernale, e
tornare qua d'estate. Là si sta bene con poco, sei felice, non hai tutta la pressione, si è molto più
rilassati e si sta meglio. Certo, ci sono ancora delle cose da migliorare, come la mentalità un po’
ristretta, però in Senegal si sta bene.

 

E invece com’è stato quando l’hai presentato ai tuoi? 
Io a loro ho detto di aver conosciuto un ragazzo non italiano, non sapevo quale potesse essere la
loro reazione. Gli ho spiegato chi fosse e grazie a Dio loro hanno una testa abbastanza aperta, mi
hanno sempre detto “se tu sei contenta a noi non importa la differenza di pelle, piuttosto che,
l’importante è che sia una brava persona e tu ti trovi bene”. E io in effetti stavo bene, non ho avuto
mai nessun problema di quello che si sente, perché mio marito era qui già da parecchi anni e si è
integrato benissimo.
I senegalesi verso le persone più adulte, i genitori, hanno un rispetto incredibile, quindi mio marito
è sempre stato rispettoso. Al punto che quando mio papà abitava sotto di noi, mio marito aveva un
occhio di riguardo per lui, lo aiutava, aveva rivisto in lui una figura paterna. Ci vediamo spesso con
i nostri parenti, anche in quel senso non ci sono mai stati problemi.

 

Come ve la gestite con il fatto che siete, oltre che di due culture, anche di due religioni
diverse?   
Mi piace festeggiare le loro feste come la fine del Ramadan, il sacrificio dell’agnello. Allo stesso modo insieme festeggiamo Natale, Capodanno, Pasqua, nel rispetto di tutti tranquillamente. Mio marito non crea problemi, non si tira indietro se dobbiamo andare a un matrimonio in chiesa o a qualche altra cerimonia. Mi ha addirittura chiesto di andare al Vaticano, più di così! Lui ha un
rispetto estremo per il Papa, soprattutto per Papa Francesco. Io non mi accorgo di essere sposata con una persona di una cultura diversa: lui ha una religione diversa, ma rispetta il Paese in cui vive. E anch’io rispetto il suo, sono io la prima che gli ricorda di comprare dei regali per la sua famiglia e i suoi nipoti in occasione della fine del Ramadan, per esempio.
Noi abbiamo battezzato i nostri due figli con rito musulmano, è venuto un personaggio religioso e ha detto delle preghiere per dare il nome ai miei figli. Mio marito mi ha detto “se a te va bene, io avrei piacere di fare questa cosa” e io gli ho detto “d’accordo, li battezziamo, però se in futuro, quando i ragazzi diventano grandi, volessero prendere delle strade diverse, lasciamo scegliere quello che è meglio per loro”.  I miei figli sono italiani ovviamente, sono nati qua. Frequentano i ragazzi italiani qui, sono sempre andati all’oratorio, hanno sempre frequentato il CRE… Io li ho trattati come ragazzi normali, perché alla fine lo sono.    Come dicevo prima, i miei figli conoscono le tradizioni di entrambi, anche il cibo lo conoscono benissimo, perché io cucino italiano e mio marito cucina senegalese!

I miei figli conoscono tutto del Senegal, tranne la lingua, non è incredibile? Mio marito ha sempre non ha mai parlato molto nella sua lingua con loro. Questo è stato un danno secondo me, perché quando torniamo in Senegal devono parlare francese e capiscono la metà di quello che dicono le persone. Io quando vado in Senegal, se ci sono delle persone anziane che parlano solo la lingua tradizionale, mi sforzo anche solo di salutarle nella loro lingua e loro sono contenti perché vedono il mio impegno.

 

Ci sono argomenti di cui discutete spesso? 
In realtà no, anche perché mio marito non mi ha mai imposto nulla, nemmeno a livello religioso, mi ha sempre dato piena libertà, quindi non ho mai dovuto scontrarmi con lui. Lui non si è mai intromesso tra le mie vicende familiari e io nemmeno: è una persona riservata, quindi l’ho aiutato, gli ho dato dei consigli, ma non mi sono mai imposta o messa di mezzo. Ci compensiamo, per quello il nostro matrimonio è durato, penso sia dovuto al nostro venirsi incontro, capirsi, aiutarsi. Particolari discussioni con mio marito non ne ho mai avute, neanche sull’educazione dei figli: io mi confronto molto con lui, e lui chiede spesso a me, cerchiamo di decidere insieme ciò che è giusto per loro, troviamo sempre un compromesso. Non vietiamo loro niente, a meno che non sia improponibile o fuori luogo per la loro età, io penso che debbano fare le loro esperienze. Sono contenta se va avanti così, spero sempre che mi diano delle belle soddisfazioni. Io credo che se nasci in una famiglia con delle radici sane, cresci sano e basta.

 

Se tornassi indietro lo rifaresti?   
Sì certo, sicuramente. Non ho mai pensato “oh, se avessi scelto una persona del mio Paese…” E anche mio marito non ha mai pensato che sarebbe stato meglio avere una moglie del suo Paese, con la stessa cultura. Da parte mia, non penso che mio marito sia diverso, per me è come se fosse veramente un italiano; in realtà non è mai stato un problema per me, anzi, mi sento fortunata perché ho incontrato una brava persona.  Ho conosciuto persone che mi hanno detto “se fosse stato un italiano…” Non so se avrei trovato di meglio sinceramente, mio marito per la famiglia dà tutto, si fa in mille. Non vuole far mancare niente ai ragazzi e a me, piuttosto si toglie qualcosa per darlo a
noi.

 

Cos’è che ti ha attratto quando hai conosciuto Alassane?  
Forse la diversità. Sono stata un po' affascinata da questa diversità, sia culturale che fisica. Poi sono una persona un po’ curiosa, mi piace sapere imparare dagli altri, ho sempre avuto questo interesse, dello scoprire di altri Paesi; ho sempre viaggiato, anche prima di conoscere lui, fortunatamente avevo un gruppo di amiche e ho fatto dei gran bei viaggi. e sono andata anche per trovare… Sono sempre stata affascinata dell’estero sinceramente… E poi l’ho trovato qui! A Bergamo!

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La storia di Alessandra e Alieu

Exemple

Proponiamo una delle interviste che la dott.ssa Martina Mazzucchelli ha condotto durante la sua ricerca universitaria. Di seguito la storia di Alessandra e Alieu

 

Nel cuore di Alessandra l’Africa è vicina, quasi come se fosse casa. Lo è ancor più quando Alieu racconta le sue storie di vita quotidiana, quando viveva in Gambia. Alessandra e Alieu si conoscono in un centro di accoglienza: lei operatrice, lui ospite, si piacciono subito e scelgono di vivere la loro storia, nonostante tutto, nonostante tutti. Ciò che li lega fa nascere un “mondo di mezzo” dove le differenze linguistiche, religiose e culturali si attenuano, dove Alessandra e Alieu si incontrano a metà strada, restando sé stessi.

Come vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti nel 2015: lavoravo in un centro di accoglienza e lui era un ospite. Io ero molto spaventata perché avevo iniziato a giugno e noi ci siamo conosciuti poco dopo, quindi ho  pensato “Oddio, adesso vado a dire al capo che mi sono innamorata, che  figuraccia”. All’inizio non ho vissuto benissimo questa situazione, perché pensavo di essere giudicata in maniera negativa dai miei
colleghi, dai miei responsabili, ma poi ho scoperto che non ero la prima persona a cui succedeva, quindi assolutamente non è successo niente. A questo punto io e il capo abbiamo concordato che sarei stata spostata in un altro centro; lui sarebbe rimasto lì, dove aveva tutti i suoi amici e poi se l’avessero spostato gli altri si sarebbero chiesti il motivo. Spostare un operatore è molto più facile.

Cosa ti ha colpito di lui?
Eh… Io sono molto affascinata, sono innamorata dell’Africa in generale, ci sono già stata un paio di volte. Una parte di me secondo me è africana, perché mi sento molto vicina ad alcuni modi di fare, li capisco molto bene e quindi non ho difficoltà a relazionarmi. Questo mi aiuta tantissimo sul lavoro, perché ci sono situazioni che normalmente farebbero arrabbiare, ma non me. Lui si è interessato ai viaggi che avevo fatto in precedenza, perché anche lui ha viaggiato un prima di venire in Italia: abbiamo iniziato a parlare di viaggi, di Africa e… Piano piano ci siamo innamorati. La prima cosa che mi ha detto quando ci siamo visti la prima volta è stata “io sono metà italiano, metà
africano” e lui dice la stessa cosa di me, cioè che io sono metà africana e metà italiana. Quindi penso che sia questo, infatti quando torno dall’Africa sto male, mi manca tantissimo. Ci siamo incastrati, come diciamo noi. Abbiamo creato un mondo nostro che è un po’ un mix tra le mie origini e le sue, come nel caso della lingua che usiamo per parlare: lui non parla bene l’italiano, quindi parliamo principalmente inglese, ma è un inglese che nessun altro capirebbe, perché è un mix di inglese, italiano, il suo dialetto… Abbiamo anche inventato delle parole per definire dei concetti che conosciamo. È una lingua nostra, nessun altro potrebbe capire quello che ci stiamo dicendo! Questo riguarda un po’ tutta la nostra relazione, è un mondo a parte, a volte è strano.

Cosa intendi quando parli di difficoltà della coppia mista?
Da parte dei suoi amici gambiani, o di altri Paesi africani non c’è questa distanza, ma ci sono comunque alcune difficoltà, ti faccio degli esempi: secondo un africano, il fatto che tu sia la fidanzata di un loro amico automaticamente è sinonimo di essere una persona di famiglia. A livello linguistico ad esempio io per i suoi amici sono la loro fidanzata; la stessa situazione l’ho riscontrata lavorando con le donne, che chiedono alla mediatrice “fammi vedere le foto di mio figlio”, riferendosi al figlio della mediatrice, perché di fatto è una vita di comunità e quello che è tuo, è anche mio. Purtroppo, questo dà il diritto ai suoi amici di invadere troppo il mio spazio, che invece per me, essendo italiana, è fondamentale, noi viviamo come individui. Alcuni suoi connazionali sono stati molto gelosi della nostra relazione, perchè lui è un richiedente asilo che si è fidanzato con una ragazza bianca, che ha i documenti e che sarebbe pronta a sposarlo. E questo fa in modo che circolino delle voci nella rete gambiana, non vere, solo per cercare di allontanarci. Oppure al contrario: un gambiano sa che sono fidanzata con un suo connazionale, pensa che quindi potrei stare anche con lui; questo mi ha creato un sacco di problemi, perché io lavoro con uomini richiedenti asilo africani, ho dovuto far capire ai miei ospiti che sono interessata ad Alieu, non ai gambiani in generale. E tutto ciò senza essere troppo esplicita, perché non potrei parlare della mia vita privata. All’inizio quindi è stato difficile, perché sentivo questo giudizio. Successivamente hanno capito che la nostra relazione era seria e rispettabile e hanno fatto un passo indietro; alcuni sono addirittura venuti a chiedermi scusa, a dirmi che non avevano capito la situazione. Questa è una delle difficoltà, ma ci sono state anche delle difficoltà tra me e lui all’inizio, prima di raggiungere questo mondo “ideale” ci abbiamo impiegato del tempo, ci sono stati un sacco di scontri e di litigi, sul modo di vedere la vita, su come progettarne le tappe… Tre anni fa, quando ci siamo conosciuti, lui era appena arrivato in Italia; In quel momento lui già progettava la nostra vita insieme: per un africano la famiglia è fondamentale, progettava di sposarci, di avere un bambino… Avere un discendente per un africano è fondamentale. Io non condividevo queste idee, vorrei fare altre esperienze, con calma. Lui ci ha messo un po’; per capire queste remore nei confronti dei suoi progetti, io cercavo anche di spiegargli che
c’era altro a cui pensare prima, non aveva nemmeno i documenti.

Come siete riusciti a superare queste difficoltà e a trovare un punto in comune?
Abbiamo stabilito dei limiti invalicabili, così che nessuno dei due prevalesse sull’altro; ad esempio io non divento una donna africana; e lui mi ha detto che non pretenderà che io abbracci la sua fede, anche perché io la fede non ce l’ho e non sarà la nostra unione a farmi cambiare idea. Al tempo stesso in futuro, se avremo un figlio, non avrò problemi a farlo avvicinare alla sua religione, come anche tutto il discorso della circoncisione, non c’è nessun problema…

 

Zimbawe

 

Dimmi di più…
I suoi genitori sono persone anziane, analfabete, è assurdo per loro pensare che tu possa non credere in Dio. Essere cristiana non sarebbe un grosso problema, ma lo è mettere in discussione l’esistenza di Dio. Alieu infatti mi dice “quando incontreremo la mia famiglia non esplicitare il fatto che non credi in Dio, perché per loro è impossibile, è semplicemente impossibile”. Io e Alieu prima ne parlavamo molto di più, però non si riusciva ad arrivare ad una conclusione: io ero convinta delle mie idee, lui era convinto delle sue. Era strano anche per lui, come è strano anche per tutti gli altri ospiti con cui lavoro, per loro è inconcepibile. Invece ora io e Alieu siamo consapevoli delle nostre credenze e quindi ognuno va per la sua strada.

Hai avuto contatti con la sua famiglia in modo diretto?
Alieu non ha esplicitato ai suoi genitori il fatto di aver costruito una relazione con me in Italia, perché molto probabilmente inizierebbero a chiedergli dei soldi, perché nella loro mentalità questo significa che Alieu è sistemato, ha una casa, ha un lavoro e una moglie. Temiamo che questo posa fare nascere delle richieste che per il momento non possiamo permetterci, vogliamo evitare che si crei un rapporto un po’; malato, di dipendenza. Loro sanno che io sono qui, che conosco Alieu e che stiamo insieme, ma non sanno assolutamente che abbiamo intenzione di sposarci in futuro.
Alieu mi ha spiegato che per loro avere un figlio in Europa significa molto, al punto che la gente del villaggio ritiene la famiglia fortunata, priva di problemi “tanto tu hai un figlio in Europa…” Se in più il figlio è sposato con una donna europea, la famiglia viene emarginata ancora di più… Suo fratello invece sa più dettagli della nostra unione. Nel tempo lui è cambiato: 4 anni fa, quando Alieu è
arrivato in Italia, lui ne aveva 16, aveva un’idea dell’Europa che non corrisponde alla realtà, tant’è che voleva venire in Europa; Alieu ha cercato in tutti i modi di fargli cambiare idea, perché sono 4 anni che è in Europa, senza alcuna stabilità, senza dignità, una vita orribile. Suo fratello però non gli credeva, pensava che non volesse dividere la sua fortuna con lui. Poi per fortuna suo fratello ha cambiato idea e ha deciso di investire sul suo futuro in Gambia, ha iniziato a lavorare con il padre, che ha un piccolo negozio. Ha cambiato proprio la mentalità, al punto che quando ha saputo che stavamo iniziando le pratiche per sposarci ha messo in guardia Alieu, dicendogli di non sposarsi solo per i soldi, di farlo solo se era davvero convinto.

Come si è evoluto nel tempo il vostro rapporto?
Il nostro rapporto è strano, perché per la maggior parte del tempo non siamo stati insieme. Nel 2015, quando ci siamo conosciuti, Alieu era in Italia era qua, siamo stati insieme fino a maggio 2016. Poi è partito perché gli era stata negata la richiesta d’asilo: a quel tempo io non avevo la possibilità di potergli offrire una casa e un lavoro, quindi non poteva rimanere qui ed è partito. È stato via per tutto il 2017 ed è tornato a marzo 2018. In tutti questi mesi in cui era assente io andavo a trovarlo nei vari Stati in cui era: è andato in Svizzera, poi in Germania, in Olanda, poi è tornato in Germania… Il grande problema è stato quando era via, non faceva nulla tutto il giorno, non parlava con nessuno in tutto il giorno; al contrario, per me era un periodo molto intenso, lavoravo e mi stavo anche laureando; ero molto stanca e non avevo molte energie da dedicare a lui, che invece non poteva fare nulla. Andarlo a trovare ogni tanto non è come stare insieme: c’è la frustrazione dell’essere lontani, sentirsi solo via Skype… Nonostante siamo insieme dal 2015, la nostra vera vita insieme è iniziata a marzo 2018, abbiamo appena iniziato. Al momento la sua situazione non è delle migliori perché non lavora, ha uno stile di vita diverso dal mio: io tutti i giorni vado al lavoro, lui invece tutti i giorni si alza e cerca qualche lavoretto, poi torna e ci vediamo la sera. Io sono sempre impegnata, faccio mille cose, quindi sono un po’ in difficoltà quando mi devo organizzare; lui in questo mi aiuta perché invece è molto organizzato mentalmente, mi crea anche il planning settimanale e mi ricorda gli appuntamenti. Adesso non abitiamo insieme in modo fisso. L’anno scorso, quando ancora non vivevo da sola, è venuto ad abitare a casa mia con i miei genitori. Non è stata l’idea migliore, ma in quel periodo non aveva un posto dove andare, quindi è stato a casa mia per un mese. Non ne sono stata molto felice, non lo sarei stata
neanche con una persona italiana, perché rischiano di modificarsi gli equilibri familiari, infatti non abbiamo più optato per questa soluzione.

È stato un mese a casa tua, quindi ha conosciuto i tuoi genitori…
Si, si. Loro sapevano già di questa relazione, inizialmente è stato molto difficile farlo accettare, per la situazione di vulnerabilità in cui lui si trovava: all’inizio viveva in un centro di accoglienza, poi non più, ha iniziato a girare per l’Europa… I miei genitori all’inizio hanno avuto molta paura. Nemmeno adesso sono molto tranquilli però hanno conosciuto lui e hanno capito che persona è; da quando l'hanno conosciuto meglio, ci hanno aiutato a trovare una soluzione alla sua situazione che non implicasse necessariamente il matrimonio.
Anche Alieu mi ha sempre detto se “Se c’è un qualche modo di ottenere i documenti senza un tuo coinvolgimento, sarebbe la soluzione perfetta”. Innanzitutto, vorremmo evitare voci e pregiudizi sulla nostra relazione, del tipo “ah vi siete sposati per dargli i documenti” e poi perché lui ha il diritto di avere un documento suo, senza che ci sia Alessandra che lo sposi.

Senti già adesso il peso dei pregiudizi?
Si. Non sono precisamente pregiudizi nei miei confronti o nei suoi, ma basati sul fatto che ci sia un matrimonio con una persona senza documenti, penso che sia una cosa abbastanza normale. Anche io ci ho pensato tanto, mi sono chiesta “perché lo sto facendo? Perché mi sto mettendo in una situazione che magari mi creerà dei problemi?” Lo stesso vale per tutti i miei amici e conoscenti, la prima cosa che hanno pensato è stata che ci saremmo sposati perché lui me l’aveva chiesto, così da ottenere i documenti. Io potrò negare all’infinito, però rimarrà sempre quel seme di dubbio. Da parte della sua famiglia in Gambia, so che sarei percepita come la donna salvatrice del mondo, però desidero davvero che ci percepiscano come una coppia normale, che sta insieme, che si sposa forse in futuro, ma perché c’è un sentimento, non per convenienza o per interesse. Non sono una persona che ha sempre desiderato il matrimonio, anche perché io non sono cristiana, non credo nel matrimonio come rito religioso. Però sono arrivata alla conclusione che per noi il matrimonio non
sia il fine, ma un mezzo per arrivare a qualcos’altro. Lo so, per chi crede nel matrimonio sembrerà bruttissimo, so che alcune persone probabilmente ci giudicheranno in maniera negativa, ma non mi interessa, se questa sarà l'unica soluzione alla nostra situazione, faremo questo. Per arrivare a questa conclusione ho impiegato del tempo, perché io ho sempre pensato di non volermi unire a una persona per sempre, mi ha mandato in crisi, me stessa, Alessandra con le sue idee e la sua identità. Fa sempre parte della negoziazione che caratterizza la nostra relazione, anche questo è un piccolo passo indietro che ho dovuto fare per proseguire la nostra storia.
In ogni caso deve esserci un limite, anche Alieu mi dice sempre che quando sono coinvolta nelle situazioni faccio troppi passi indietro dalla mia parte, e non è giusto. Io devo rimanere io. Anche su questo abbiamo lavorato tanto, perché io ho una bassa autostima che rischia di farmi annullare per accontentare l’altro. Alieu mi aiuta, mi dà delle regole che prima non avevo.

Cosa ami di lui adesso?
Io penso che nessuna persona mi conosca come mi conosce Alieu, io invece non sono così brava ad analizzare le persone. Ha avuto modo in questi anni, non so se consciamente o inconsciamente, di studiarmi nei miei angoli più nascosti e quindi io non posso nascondere niente perché lui mi scopre subito, è impressionante, succedeva anche quando ci trovavamo in due Stati differenti. Questo mi piace perché mi permette di essere totalmente me stessa, mi fa sentire accettata per quello che sono.

Quali sono i momenti più belli della vostra storia?
I momenti più belli in assoluto, idilliaci, sono stati quando sono andata io a trovarlo nei vari Stati in cui si trovava. Io amo viaggiare, ero contentissima di andare a trovarlo ogni volta in una città diversa: abbiamo visto la Svizzera, la Germania, l’Olanda, poi la Germania di nuovo… Nonostante tutto nel nostro piccolo ci organizzavamo la giornata, proprio come dei turisti. Però questa non è la realtà quotidiana, era solo una settimana.
Poi mi ricorderò sempre la sua prima volta al cinema, non ci era mai stato e l’ho portato all’IMAX, oppure la prima volta che siamo usciti a mangiare una pizza… I momenti più belli sono le prime esperienze del mondo europeo, perché vivo un’esperienza che per me è normale in un’altra prospettiva.

 

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Cosa amate fare insieme?

In futuro sicuramente viaggiare, nel senso lui non ha mai viaggiato come un turista vero, alla europea. Non so se potremo farlo nel futuro, però se potremo lo faremo, perché ci piace. A me piace moltissimo quando Alieu mi racconta la sua vita quotidiana in Africa, parliamo per ore di una singola situazione; avendo già visitato un paese simile, ovvero il Senegal, mi vengono in mente molte situazioni e quindi riesco ad immedesimarmi, anche perché lui è bravissimo a raccontare. E poi c’è un’ altra cosa… Ho un grande progetto: scrivere la sua storia, da quando è partito, lasciando casa sua, a quando è arrivato in Sicilia. Il mio sogno sarebbe di scrivere un libro sulla sua esperienza. Non so se riusciremo mai a realizzarlo, se si presenteranno le occasioni o le risorse, ma intanto ci proviamo e poi è un tema molto attuale. Sarebbe importante per dare voce a tutti questi ragazzi che partono, senza una meta,
come abbagliati.

Se tornassi indietro lo rifaresti?
Si, è faticoso, cioè è stato faticoso, però sì. Se tornassi indietro adotterei dei trucchi che ho scoperto negli anni lavorando con i richiedenti asilo, per fargli ottenere il documento prima; all’epoca invece avevo appena iniziato a lavorare, non sapevo niente dei richiedenti asilo. Però si, assolutamente, lo rifarei.

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“Il diario di nostra figlia” di Lucia e Zizo

Exemple

Ci presentiamo.

Siamo Lucia, Zizo e Sara, ovvero la famiglia Emara-Zucchella (italo-egiziana per la precisione).

Questo sarà il nostro piccolo diario. Senza pretese racconterà di noi tre prima di tutto alla nostra Sara, così che quando sarà in grado di leggere e comprendere,  conoscerà ancor di più il grande amore che l’ha generata.
Facciamo un passo indietro: come si sono incontrati mamma e papà? Oggi scriverò io questa pagina, Lucia. Zizo ed io ci siamo conosciuti 6 anni fa all’Arci corvetto di Milano davanti a un caffè. Non da avventori casuali,  in quel momento stavamo battagliando entrambi perché nessun essere umano fosse considerato illegale (la Bossi-Fini ha costretto e costringe nell’ombra tanti cittadini non europei) ed insieme partecipavamo alle riunioni della rete milanese chiamata allora Immigrati Autorganizzati. Da una parte papà, senza un pezzo di carta che potesse farlo vivere “legalmente” e lavorare alla luce del sole in Italia e che si impegnava con l’associazione Todo Cambia di cui faceva parte per far conoscere e comprendere i diritti anche di chi è costretto a vivere ai margini, in primo luogo ai propri connazionali, dall’altra la mamma che voleva capire come contribuire.

Insieme abbiamo fatto manifestazioni, incontri anche istituzionali, tavoli di lavoro, e siamo diventati grandi amici,davvero inseparabili.

Io mi appoggiavo a Zizo per le pene d’amore di allora, guarda cosa con un suo “paesano”. Zizo certo poteva capirmi, consigliarmi, senza mai giudicarmi. Ho sempre sentito grande affetto da parte sua. Lui invece condivideva con me il dolore per la lontananza dai suoi cari, in Egitto. Semplicemente stavamo bene insieme, ci aiutavamo e ci divertivamo tanto in compagnia l’uno dell’altra.

Oltre all’impegno sociale abbiamo condiviso serate con gli amici, concerti, passeggiate, gite e la nostra amicizia è crescita sempre più, fino a diventare amore..confessato un paio di anni dopo, dopo che finalmente con l’ultima sanatoria era arrivato anche l’ambito pezzetto di carta che ha permesso a Zizo di “soggiornare legalmente” nel paese che aveva già scelto come la sua casa.

Come è scattata la scintilla, da chi è arrivata poi la proposta di matrimonio lo vediamo nella prossima pagina del nostro diario. La nostra è una storia a tratti molto intensa e non vogliamo svelarla tutto subito..

 

Inviaci la tua storia a info@aifcom.org

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Lina e Amir: un’unione italo-iraniana

Exemple

Mi chiamo Lina Rossi, ho 38 anni, vivo a Roma e sono italiana da 7 generazioni. Da circa 10 anni vivo con un compagno iraniano, Amir Irani, di 47 anni. Lui è musulmano sciita dalla nascita, ma non particolarmente osservante. Amir vive in Italia da quasi 20 anni ed è perfettamente integrato professionalmente e socialmente.

Non ho mai pensato di vivere in una relazione interrazziale. Quando lo incontrai per la prima volta, durante un incontro pubblico all’Università, non avrei mai pensato di vivere un futuro insieme a lui. In quel tempo ero molto diffidente, riservata, e chiusa verso le esperienze amorose. Ma lui provò una forma di curiosità verso di me, così fece la mossa di conoscermi. Con molta pazienza e umiltà riuscì a vincere le diffidenze iniziali e così conquistò la mia fiducia.

Dopo 9 mesi di frequentazioni sporadiche, presso bar e locali, ci siamo innamorati ed abbiamo deciso di vivere insieme.

Il dialogo tra noi è piuttosto franco e aperto, perciò non vi è nulla di difficoltoso nella nostra relazione. Entrambi abbiamo concordato la gestione dei tempi e degli spazi comuni. Spesso ci confrontiamo sulle problematiche quotidiane, rispettando reciprocamente i nostri punti di vista. Il mio compagno ha sempre dimostrato grande empatia e capacità di “reciprocità”, in ogni aspetto della vita comune.

La nostra storia d’amore è stata piena di sfide, più di quanto si possa immaginare.  Innanzi tutto, il mio compagno non è stato mai del tutto accettato dalla mia famiglia di origine, famiglia estremamente cattolica e legata a dogmi e valori anacronistici. Inoltre anche alcuni “amici” e conoscenti, proiettavano su di lui pregiudizi e “luoghi-comuni” legati a una visione limitata e stereotipata del mondo mediorientale. Pensavano (tuttora alcuni conoscenti lo pensano) erroneamente che si tratti di un uomo eccessivamente geloso, maschilista o autoritario. All’opposto, il mio attuale compagno mi ha sempre lasciata piuttosto libera. Nonostante la sua gelosia (mai eccessiva o patologica) non mi ha mai impedita di viaggiare e inseguire le mie aspirazioni: da quando sono fidanzata con lui, vivo le mie ambizioni ed aspirazioni con molta più libertà. Inoltre, sin dal nostro primo incontro, lui apprese della mia militanza femminista. Al contrario delle varie forme di meschinità e mediocrità maschile con cui mi scontrai nell’ arco degli anni precedenti, lui ritenne utile e importante il mio attivismo. Vi dirò di più: m’incoraggiò maggiormente a continuare il mio impegno per una maggiore promozione delle libertà e della dignità femminile.

Come in precedenza scritto, il mio compagno non è stato mai del tutto accettato all’interno della mia famiglia. Purtroppo, esiste tutt’ora un pregiudizio e preconcetti immotivati ed irrazionali verso di lui e il suo entroterra culturale. Questo resta l’aspetto più doloroso della nostra relazione.  Ad ogni modo, nonostante Amir sia un uomo fondamentalmente laico, aperto e tollerante (lo dimostra quotidianamente lasciandomi libera di viaggiare da sola e  non condizionando le mie scelte politiche e professionali) non tollera che vada in giro con abiti eccessivamente succinti. Su alcune usanze e abitudini “occidentali” mostra ancora un po’ di titubanza o “resistenza”. Nonostante debba indossare abiti classici e “coprenti”, soprattutto quando esco o vado in luoghi pubblici, la cosa non mi crea molto fastidio. In realtà, anch’io non ho mai amato gli abiti eccessivamente succinti. Oltre a ciò, non abbiamo mai avuto problemi in materia religiosa.

Attraverso il mi compagno ho “recuperato” valori di vitale importanza ma socialmente “dimenticati” o vissuti come qualcosa di sacrificabile (almeno nella nostra civiltà) come: la paziente condivisione, l’ascolto pacato e reciproco, il concedersi tempo per riflettere e fermarsi. Non sapevo che la maggior parte delle loro usanze e pratiche, potessero aprire ed alimentare il mio orizzonte. Quando visitiamo alcuni parenti iraniani, dovrei salutare uno per uno, stringere la mano ai maschi, baciare le donne tre volte e fare esattamente quello che fanno tutti in casa. Ho imparato che questi semplici gesti sono molto importanti per loro.

 

 

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Exemple

Andavo quasi ogni sera a bere il caffè al circolino, la mia vita è sempre stata una continua ricerca inquieta di qualcosa che potesse stimolare in me un significato per continuare a vivere, un ideale, qualsiasi cosa pur di non sopportare più le persone che mi circondavano; tra gli impostati che si sentivano socialmente riconosciuti ho sempre preferito i disadattati, ma anche a loro stava bene così, non ricercavano la verità, certo per trovare la verità dobbiamo essere disposti ad accettare ciò che non ci aspettavamo, e forse è una qualità rara.

Quella sera la signora che gestiva il circolo mi presentò Crishanthika, una sua amica; non provai subito per lei attrazione fisica e non fui colpito dalla sua bellezza, ma ero fortemente interessato da quello che diceva. Non ricordo bene cosa mi disse ma attraverso le sue semplici parole iniziai a sperare in qualcosa che non sapevo cose fosse e dove mi avrebbe portato; ma appena mi chiese se fossi disposto ad accompagnarla il giorno dopo per risolvere un problema di suo fratello, accettai immediatamente, avrei fatto di tutto per continuare a parlare con lei.  Da quel giorno  non abbiamo più smesso di frequentarci. Dopo 6 mesi in occasione del matrimonio di suoi due fratelli, andai con lei in Sri Lanka per conoscere i suoi genitori e presentarmi come suo fidanzato.

Prima di conoscere lei, al di là delle responsabilità lavorative, conducevo una vita dissoluta, trascuravo la casa dove vivevo e  me stesso, se uscivo con qualche mio amico disadattato avrei sicuramente abusato di bevande alcoliche o sostanze stupefacenti, inoltre disprezzavo mio padre e tutte le persone che non avevano un impegno sociale o politico come me.  Di lei mi piaceva l’attaccamento alla famiglia e l’entusiasmo per le ricorrenze familiari; si interessava in modo sano a me. Mi ha aiutato a migliorare il rapporto con mio padre, poi ha cambiato la disposizione dei vestiti negli armadi, separando i vestiti per la settimana e i vestiti per la domenica, cosa per me allora inconcepibile e ritenuta una usanza borghese, ma fatto da lei era magnifico; era disposta a darmi tutto senza riserve non avrebbe mangiato un gelato senza di me e anch’io ero disposto a fare lo stesso per lei, ma per me non era facile, non avevo e non ho mai avuto le sue qualità.

 

Le diversità suscitano una forte attrattiva all’inizio ma nel tempo recano molti problemi, questa e la nostra esperienza; infatti Crishanthika inizialmente mi sosteneva nell’impegno politico poi si stancò. Poi iniziarono a scontrarsi i nostri caratteri, il mio eccessivamente suscettibile e permaloso, il suo  ipercritico e le discussioni aumentavano. Inoltre non voleva che fumassi e per questo motivo cercavo sempre di farle credere che avevo smesso, ma non ci riuscivo mai.  Nel momento che arrivammo al punto di rottura, Crishanty mi propose di studiare la Bibbia con i Testimoni di Geova che aveva conosciuto il giorno prima; premetto che nonostante sia sempre stato una persona di larghe vedute, qualche pregiudizio nei loro confronti ce l’avevo, ma questo era l’unico appiglio che era rimasto, doveva succedere qualcosa di forte perché così non sarebbe potuta continuare la nostra relazione, e comunque loro non avrebbero potuto reggere il confronto con un sindacalista.

Fu così che rimasi sorpreso dalla loro mitezza, dalla loro preparazione e dall’amore per il prossimo e soprattutto dall’amore che il nostro creatore Geova Dio, per mezzo di loro ha permesso che noi pervenissimo alla verità (Giovanni 6:44) e ci battezzassimo come suoi testimoni; non è stato facile per me fare i cambiamenti necessari,  e non si finisce mai di migliorare, la Bibbia è veramente la parola di Dio, ed ha cambiato la mia vita (Ebrei 4:12).  Oggi nonostante le ansietà ed i problemi siano aumentati, possiamo affermare che siamo molto più uniti di prima (Ecclesiaste 4:12).

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“La mia esperienza di coppia mista” di Hareg

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Io e mio marito siamo una coppia mista da più di 9 anni. Io sono originaria dell’ Etiopia mentre mio marito è Italiano. La coppia mista di per se già attira gli occhi della gente.

Adesso dopo diverso tempo, siamo visti “uguali, come le altre coppie non miste. Però all’inizio è stato molto difficile perché io non parlavo bene la sua lingua quindi facevo fatica a capire certe cose. Una volta è capitato che mio marito mi ha detto una parola che io ho frainteso, per questo abbiamo litigato!

Di sicuro abbiamo imparato che ci vuole pazienza in una relazione mista e la voglia di conoscere l’altra persona ti da la forza di andare avanti. Nella maggiore parte dei casi la comunicazione è importante per conoscere l’altra persona, e non dialogare bene ci mette nella condizione di commettere errori. Dobbiamo sforzarci per essere capiti.

La vita di una coppia mista nel privato è uguale a tutte le altre coppie, ognuno deve fare il suo dovere, sia come marito che come moglie.

Molte delle persone al di fuori del nostro mondo si lasciano guidare dall’ istinto che li porta ad avere pregiudizi nei nostri confronti. La sensazione è quella di essere visti male e avvolte ti criticano senza conoscerti, anche lo sguardo, a volta, si fa “pesante”.

La prima esigenza di una coppia mista è quindi la corretta comunicazione, cioè se la comunicazione è quanto meno sufficiente, questa rinforza il rapporto di coppia. Di conseguenza anche all’esterno della coppia, il concetto di riuscire a comunicare bene ti permette di integrarti meglio.

I primi anni sono stati pieni di novità, perché c’è la voglia di farsi conoscere da entrambi i lati, più si approfondisce vivendo insieme quotidianamente, più si migliora. Giorno dopo giorno ho capito tanti cose, sia belle che brutte.

Secondo me le persone che hanno il desiderio di confrontasi e cercare l’anima gemella in persone diverse dal proprio mondo hanno un qualcosa di “speciale” e coraggioso, senza nulla togliere alle coppie non miste. Tuttavia, quando ci si fidanza con una persona quasi totalmente diversa da se stessi è già una sfida in partenza, perché si sa che esistono ancor prima di cominciare degli ostacoli oggettivi sia nel rapporto diretto che indiretto (aspetto sociale).

Le coppie miste hanno (o dovrebbero avere) la capacità di superare le diversità (o avversità) che si creano anche solo per il fatto di essere “diversi”; bisogna riuscire a trovare insieme la soluzione ai problemi. Avere la pazienza e riuscire a dare l’ amore senza condizionamenti è una regola di base.

Per questo motivo vorrei ringraziare la persona che per me è molto cara e speciale, che sa prendermi, capirmi ma sopratutto supportarmi!

Grazie amore mio.

Vi lascio con un detto: ”L’apparenza inganna”, quindi mai soffermarsi alle prime impressioni anche se queste ci fanno paura o non sembrano essere di nostro gradimento.

 

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Kriss e Sonu: una coppia italo-indiana

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Tutto iniza nell’Agosto 2010 quando dopo una vacanza in una associazione olistica mi innamoro dei massaggi ayurvedici. Torno e mi iscrivo subito ad un corso, dopo 3 livelli ad agosto 2011 decido di seguire un master in India a Jaipur.

Erano anni che sognavo l’India: è sempre stata nel cuore fin da piccola. La mia famiglia, però, non ha mai voluto perché “l’India è sporca e ci sono le malattie”, cosi mi dicevano.

Parto i primi di agosto 2011 con un gruppo di amiche per 1 mese in India. I primi 15 giorni abbiamo fatto un tour, e gli ultimi 15 giorni  abbiamo seguito il master in Ayurveda a Jaipur.

Il 25 Agosto 2011 decidiamo di non rientrate nel B&B, ma di farci un giro nel mercato di Hawa Mahal, il palazzo dei venti. Un’ amica aveva bisogno di un paio pantaloni bianchi in cotone, cosi prendiamo il nostro TUC TUC e andiamo. Arriviamo nella piazza vicino al palazzo dei venti, e un ragazzo si avvicina a noi. Ci dice che lui ha dei pantaloni bianchi a poche rupie…cosi entriamo in questo negozio.
Ovviamente il prezzo non era lo stesso, un gran buon venditore.

La mia amica si arrabbia e inizia ad alzare la voce, cosi il buon venditore entra e chiede a me in un italiano un po maccheronico: “cosa è successo?” Rispondo che il prezzo che lui ci ha detto non è reale. Il buon venditore mi fa sedere di fronte a lui e mi chiede come mi chiamo. Lui si chiama Sonu, e dopo 2 parole in italiano mi chiede “Do you speak english?” Cosi chiacchieriamo un po in inglese, mi chiede il numero di cellulare, e mi chiede se voglio uscire con lui per una birra. Dico “ok” , ma appena arrivo al B&B il proprietario mi dice che essendo io sotto la sua responsabilità non posso uscire con i ragazzi dei negozi, per la mia sicurezza, al che per alcuni giorni devo inventare delle scuse per non uscire con Sonu, il quale mi chiamava in continuazione.

Torno in italia e tramite FB gli mando un messaggio scusandomi del fatto di non essermi fatta viva. Lui per 15 giorni non mi risponde perché si era offeso, poi inizia a scrivermi. Cosi dopo 1 mese e mezzo di chat e telefonate, mi dice che si è innamorato di me e mi chiede se posso tornare in India per conoscerci. Io ho un lavoro fisso quindi non posso, al che lui dice: “vengo io”, ma fare il visto turistico per un indiano…è un impresa!!!

Ricordo di avere una ex collega che ora lavora in ambasciata a Jacarta e grazie a lei Sonu riesce a venire in Italia per 45 giorni, dal 1 gennaio al 12 febbraio. Dopo essere ripartito prendiamo una decisione: se vogliamo stare assieme l’unica scelta è sposarsi,

Il 4 marzo 2012 parto per l’India e il 12 marzo 2012 arriviamo a Jaipur e ci sposiamo. Dopo la cerimonia al tempio passiamo 10 giorni davanti ad una porta del tribunale di Jaipur per avere la trascrizione del matrimonio religioso e il riconoscimento civile, cosi che si possa andare in ambasciata e fare il visto per poter iniziare la nostra vita assieme.

Sonu passi giorni fra traduttori e ambasciata, io mandao circa 10 mail al giorno e finalmente il 28 aprile arriva in Italia. E così inizia la nostra vita matrimoniale assieme!!!

A novembre 2014 grazie a Real time facciamo il matrimonio in Italia e facciamo conoscere la nostra storia…al mondo!

 

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La mia terra di Hareg

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L’Etiopia è un paese bellissimo e una terra grande con una lunga e nobile storia. Sono nate in essa diverse etnie, lingue e culture. E’ il più antico paese indipendente del continente africano e una terra di una bellezza stupefacente. L’Etiopia è considerata la culla della umanità, infatti nei suoi territori sono stati scoperti i fossili più antichi d’ominide, risalenti a più 3,5 milioni di anni fa. Il più famoso è lo scheletro completo di una donna giovane di nome “Lucy”.

Oggi la vita umana come lo conosciamo ha avuto inizio in questa regione dell’ Etiopia chiamata Afar, dove è stata appunto trovata “Lucy”.

La storia dell’Etiopia è legata alla leggenda della regina Saba. Antiche fonti elaborano il racconto biblico dell’incontro fra la Regina di Saba (chiamata Makeda nella tradizione Etiope) e il Re Salomone, collocando il Regno di Saba in Etiopia. In Etiopia è custodita l’Arca dell’Alleanza, infatti nel “Kebra Nagast” (antico e importante testo Etiope) l’Etiopia è presentata come la nuova terra dell’Alleanza, fatto simboleggiato dal dono dell’Arca compiuto da Re Salomone.

In Etiopia si trovano chiese rupestri uniche, le spettacolari cascate del Nilo Azzurro, che nasce in questi luoghi antichi e che è fonte di vita anche per l’intero Egitto. Troviamo anche la “Great Rift Valley”, posto unico al mondo per lo studio della geologia, i vulcani di ogni tipo e genere, castelli imperiali, monumenti antichi come gli obelischi della civiltà Axumita e le affascinanti meraviglie architettoniche della medievale Lalibela, fino ad arrivare ai castelli di Gondar e ai più recenti monumenti comunisti del Derg.

L’Etiopia è costituita da un altopiano e la sua capitale è Addis Abeba, che si trova ad un altitudine di 2300m sul livello di mare. La superficie del territorio è una volta quella della Francia ed è abitata da 65 milioni di persone di diverse etnie e lingue (sono parlati quotidianamente più di cento idiomi).

La lingua ufficiale è l’amarico che ha un suo alfabeto specifico. Nel calendario etiope un anno è composto da 13 mesi, di cui i primi 12 di 30 giorni ed il 13° di 5 (di 6 negli anni bisestili) e ha inizio l’11 Settembre (il 12 Settembre per gli anni successivi ai bisestili). L’ora viene calcolata dall’alba e non dalla mezzanotte, come avviene in Italia.

L’Etiopia è l’unico paese africano a non essere mai stato colonizzato, riuscendo a mantenere la sua identità nel corso dei millenni.

Altra caratteristica affascinate del mio gran paese è la storia dell’origine del caffè. Il famoso chicco è originario della provincia del Kaffa, da dove prende il nome. Il termine per indicare il caffè è simile quasi in tutto il mondo: caffè, kafye, kahawsa, kave….ed altri. Mentre in Etiopia lo si chiama “buna”. Proprio cosi il caffè, una dalle bevande più popolari e diffuse nel mondo, è nato in Etiopia. Il rito stesso della preparazione del caffè evoca profonde immagini e sapori d’altri tempi.

Questa è la mia terra. Sono orgogliosa e vado fiera di essere originaria dell’ Etiopia.

Vi lascio con questa frase: conosci te stesso prima di conoscere gli altri.

 

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“Ci vuole un villaggio intero per educare un bambino”. Dicono sia un vecchio proverbio africano, ma poco importa la sua reale provenienza: a Rieti è diventata realtà. O quantomeno si sta lavorando in quella direzione. Lo sa bene l’Arci della cittadina laziale, che 7 anni fa ha aderito al progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e ha dedicato buona parte delle sue energie per costruire un’alternativa all’anonimia delle grandi strutture per migranti. Ma l’ha fatto pensando soprattutto ai loro figli, o meglio, a chi arriva in Italia senza genitori o adulti su cui poter contare e che è meglio noto alle autorità come “minore straniero non accompagnato”. Motivo per cui, più che di un centro d’accoglienza,  avrebbe bisogno di una vera e propria “Famiglia Professionale”.

Si chiama proprio così il progetto in questione, in fase di sperimentazione e avviato nel gennaio del 2014. Una proposta ambiziosa, che punta all’inserimento nel tessuto sociale e lavorativo italiano −  oltre al soddisfacimento dei bisogni più essenziali − all’interno di un percorso che porta gradualmente i minori fuggiti da guerre e persecuzioni alla gestione autonoma della propria vita, alla cura di sé e della propria casa. Le Famiglie Professionali sono il primo step di questo percorso, i primi ad accoglierli e a prendersi cura di loro in tutto e per tutto. Soprattutto se non conoscono la lingua e magari soffrono di particolari problemi di salute.

Valeria Patacchiola, presidente dell’Arci di Rieti e tra le principali coordinatrici del progetto, ha spiegato come funziona. «Il Comune ha pubblicato un bando per chi volesse accogliere in casa un minore straniero non accompagnato. Tre famiglie hanno deciso di aderire, due sono state selezionate e attualmente abbiamo 4 ragazzi coinvolti in questo progetto, tutti richiedenti asilo». Successivamente a questa fase, che può durare dai 3 ai 9 mesi, i ragazzi vengono “spostati” in piccoli appartamenti noti come semiautonomia, dove sono costantemente seguiti da operatori o ex beneficiari Sprar ormai adulti.

Ma una comunità, per prendersi veramente a carico una questione così delicata, ha bisogno di casi concreti. Mariella e il suo compagno, una delle due famiglie aderenti al progetto, ne sono un esempio. Lei italiana, convertitasi all’Islam, lui egiziano, con un passato alle spalle non molto diverso da quello dei ragazzi: rappresentano, insomma, quella che l’opinione pubblica (e non solo) definirebbe “coppia mista”. A febbraio dello scorso anno hanno accolto il più grande, originario della Sierra Leone, mentre il secondo, gambese, è arrivato sei mesi dopo. Una storia unica la loro, sebbene le coppie miste non siano affatto un caso così singolare nel nostro Paese. «Ci siamo subito sentiti a nostro agio. È stato un processo tranquillo, quasi fisiologico. Avevamo già una panoramica del problema, anche se con i minori ovviamente è diverso, perché devi dargli un’impronta, indirizzarli, educarli». Nonostante lo spaesamento iniziale, i ragazzi pian piano si sono inseriti bene. «Pure troppo!», ha ammesso lei ridendo.

 

Anche la solidfamiglia-vinci-400-286arietà da parte di amici e parenti è stata a dir poco immediata. «Non abbiamo avuto problemi ad inserirli nel nostro vissuto, tutti i nostri familiari si sono affezionati. Li ho presentati alle mie colleghe, e anche le mie figlie ne sono molto contente. Pensate che quando è arrivato il secondo temevano che mandassero via il più grande!». Insomma, nessuna gelosia da parte dei parenti “di sangue”, anche se per gli “acquisiti” il discorso all’inizio è stato leggermente diverso. «Quando è arrivato il più piccolo si sono innescate dinamiche tipicamente familiari, come quella dell’invidia tra fratelli. Ma per noi non è stata altro che una conferma che la cosa funziona», ci hanno confessato sia la coppia che Valeria Patacchiola.

Un’integrazione perfettamente riuscita, ma non semplice da costruire. I ragazzi entrano a contatto con aspetti del tutto assenti nella cultura d’origine, come quello dell’adolescenza. Perché l’idea di passare un’età di mezzo in cui non si è né bambini né adulti, per quanto possa sembrarci banale e scontata, è squisitamente occidentale. «Nei nostri Paesi e alla loro età siamo già adulti» conferma il compagno di Mariella. Senza contare che, dopo viaggi strazianti ed esperienze dolorose, accettare regole come il coprifuoco o l’obbligo di andare a scuola tutti i giorni non è certo così scontato. «Me lo dicevano spesso all’inizio, “all’età mia io sono sposato con figli”. Anche per questo gli risulta così strano non poter uscire da scuola quando vogliono». «Per molti di quelli che arrivano l’Italia è sinonimo di libertà. Ma non è così, qui si devono rispettare le regole dei più grandi. Anche io sono venuto dall’Egitto che ero giovane, a 22 anni. Ero un uomo già da un pezzo, nel mio Paese. Qui sei praticamente un bambino fino a 25 anni, a volte 30. Da noi non esiste una cosa simile: o sei un bambino o sei un adulto». Fatto sta che Mariella e il suo compagno non si sono pentiti della loro scelta. Anzi, la ripeterebbero e consiglierebbero ad altre famiglie.

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