Il razzismo è un fenomeno ricorrente nella storia dell’umanità, in epoche e contesti diversi. Anche nell’epoca contemporanea è andato assumendo forme e modalità peculiari, ancorandosi a concetti plastici, a volte coniati ad hoc al solo scopo di rimarcare le parti.

Occidente e Islam, hutu e tutsi, ariani ed ebrei, bianchi e neri, cattolici e protestanti (in riferimento al contesto anglo sassone), serbi e croati, residenti e immigrati, lombardi e terroni, perfino indiani e cowboy. Pescate a caso una di queste coppie e avrete un esempio di ciò di cui cercheremo di parlare in questo articolo: quei casi in cui l’incontro con la diversità diventa uno scontro, e l’altro inizia ad essere visto come un nemico da combattere.

Nessuno è razzista da solo. Per quanto un individuo possa agire in autonomia, sganciato da associazioni o movimenti, l’idea stessa di razzismo o di odio etnico rimanda ad un’idea di gruppo al quale riferirsi ed appartenere in opposizione a qualcun altro. È nei momenti di conflitto tra gruppi che questo tipo di fenomeno prende piede e si radicalizza, diventando a sua volta carburante per alimentare, amplificare e perpetuare tale conflitto.

Come sottolineano con efficacia Fabietti e Matera (1999), il razzismo si fonda su una forma di narrazione del passato, una costruzione artificiale della memoria operata attraverso la selezione di ricordi e informazioni che esaltano alcuni specifici aspetti rispetto ad altri, collegati a costruire una storia utile a giustificare l’odio verso l’altro. Un passaggio chiave in questo processo è la creazione del concetto di “identità etnica”, che da concetto astratto, inesistente, finisce per essere percepita come un’entità reale, naturale. Secondo gli autori questo passaggio chiave avverrebbe attraverso processi esterni all’individuo (esasperazione delle differenze tra gruppi e minimizzazione delle somiglianze per dare realtà e sostanza all’identità etnica) e interni (costruzione del senso di appartenenza e riconoscimento dell’idea di etnia come di una cosa reale, esistente).

Carlo Tullio-Altan individua cinque fattori costitutivi l’etnicità e che possono essere resi salienti attraverso forme di narrazione che li pongano come determinanti rispetto ad altri che vengono invece nascosti e trascurati.

Tali elementi sarebbero:

1) epos: la memoria storica esaltata e celebrata in un passato comune;

2) ethos: il complesso delle istituzioni e norme etiche e religiose;

3) logos: la lingua comune;

4) genos: trasfigurazione simbolica dei legami di discendenza comune;

5) topos: identificazione del gruppo con il territorio;

Quali di questi elementi vengano utilizzati e come siano plasmati risulta arbitrario e mutevole a seconda del contesto a cui ci riferiamo e dell’interesse del gruppo che definisce la distinzione e che stabilisce chi è da considerare interno o esterno al gruppo stesso. L’attuale definizione di contrapposizione “Occidente contro Islam” appare estremamente significativa poiché confonde elementi culturali, religiosi e territoriali (quindi perfino semanticamente diversi tra loro) amalgamandoli in un concetto altrettanto confuso: quello di “immigrato”, immediatamente connotato come “nordafricano, musulmano integralista, non parlante l’italiano”.

Quanto detto riveste un’importanza cruciale alla luce degli odierni flussi migratori, i quali hanno assunto una configurazione politica e sociale senza precedenti nella storia recente europea e italiana. Spesso l’interpretazione del fenomeno migratorio viaggia attraverso il binomio paura/emergenza-potere/cura; lenire le angosce economiche e sociali delle persone si traduce nell’identificazione del migrante come un nemico da combattere, uno “spaventapasseri” su cui cucire quei timori profondi legati all’impossibilità di avere una vita serena e dignitosa per sé e i propri cari, impossibilità causata dalla crisi economica, non dalla presenza dei migranti tout court. Ci troviamo così di fronte ad una speculazione pericolosa che non risolve il problema perché getta legna ad un fuoco già troppo alto e ardente, una fiamma che rischia di bruciare tutti.

Oltre qualsiasi ideologia possiamo trovare un territorio spesso inesplorato: quello dell’esperienza soggettiva di ogni persona che decide di andare a vivere in un nuovo paese. Se le categorie riducono la complessità, è altrettanto vero che è alla biografia di ogni persona migrante che dobbiamo guardare se vogliamo svelare l’artificiosità e la banalità di alcune narrazioni che vedono nell’Altro solo una minaccia. Scopriamo in questo modo che il razzismo e la xenofobia sono spesso reazioni di paura, sentimenti angoscianti dovuti alla perdita di sicurezze esistenziali e materiali.

Crediamo davvero che il nostro benessere dipenda da un nemico da sconfiggere? È così necessario ridurre la specificità di alcune persone alla sola origine culturale e religiosa, per quanto importante esse siano? Forse la questione fondamentale è la capacità di riuscire a pensare alle differenze senza attribuzione di valore, questione tutt’altro che semplice da comprendere e interiorizzare.

Nel prossimo articolo approfondiremo in che modo un élite, attraverso il ruolo dei mass-media, diffonde la narrazione “etnico-razzista” volta al mantenimento del proprio “status quo”.

 

E voi che cosa ne pensate? Dite la vostra lasciando un commento.

 

Bibliografia:
Anolli, L., 2007, Manuale di psicologia della comunicazione, Bologna, Il Mulino
Smith E.R. e Mackie D.M. 2004, Psicologia sociale, Bologna, Zanichelli
Fabietti, U. e Matera, V. 1999, Memoria e identità, Roma, Meltemi editore
Tullio-Altan, C. , 1995, Ethnos e Civiltà. Identità etniche e valori democratici, Milano, Feltrinelli
Vidal, C., 1997, Il genocidio dei Ruandesi tutsi: Crudeltà voluta e logiche di odio, in F.H. Heritier (a cura), Sulla Violenza, Roma, Meltemi editore