Quando l’accoglienza di un minore straniero rende la famiglia interculturale

Exemple

“Ci vuole un villaggio intero per educare un bambino”. Dicono sia un vecchio proverbio africano, ma poco importa la sua reale provenienza: a Rieti è diventata realtà. O quantomeno si sta lavorando in quella direzione. Lo sa bene l’Arci della cittadina laziale, che 7 anni fa ha aderito al progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e ha dedicato buona parte delle sue energie per costruire un’alternativa all’anonimia delle grandi strutture per migranti. Ma l’ha fatto pensando soprattutto ai loro figli, o meglio, a chi arriva in Italia senza genitori o adulti su cui poter contare e che è meglio noto alle autorità come “minore straniero non accompagnato”. Motivo per cui, più che di un centro d’accoglienza,  avrebbe bisogno di una vera e propria “Famiglia Professionale”.

Si chiama proprio così il progetto in questione, in fase di sperimentazione e avviato nel gennaio del 2014. Una proposta ambiziosa, che punta all’inserimento nel tessuto sociale e lavorativo italiano −  oltre al soddisfacimento dei bisogni più essenziali − all’interno di un percorso che porta gradualmente i minori fuggiti da guerre e persecuzioni alla gestione autonoma della propria vita, alla cura di sé e della propria casa. Le Famiglie Professionali sono il primo step di questo percorso, i primi ad accoglierli e a prendersi cura di loro in tutto e per tutto. Soprattutto se non conoscono la lingua e magari soffrono di particolari problemi di salute.

Valeria Patacchiola, presidente dell’Arci di Rieti e tra le principali coordinatrici del progetto, ha spiegato come funziona. «Il Comune ha pubblicato un bando per chi volesse accogliere in casa un minore straniero non accompagnato. Tre famiglie hanno deciso di aderire, due sono state selezionate e attualmente abbiamo 4 ragazzi coinvolti in questo progetto, tutti richiedenti asilo». Successivamente a questa fase, che può durare dai 3 ai 9 mesi, i ragazzi vengono “spostati” in piccoli appartamenti noti come semiautonomia, dove sono costantemente seguiti da operatori o ex beneficiari Sprar ormai adulti.

Ma una comunità, per prendersi veramente a carico una questione così delicata, ha bisogno di casi concreti. Mariella e il suo compagno, una delle due famiglie aderenti al progetto, ne sono un esempio. Lei italiana, convertitasi all’Islam, lui egiziano, con un passato alle spalle non molto diverso da quello dei ragazzi: rappresentano, insomma, quella che l’opinione pubblica (e non solo) definirebbe “coppia mista”. A febbraio dello scorso anno hanno accolto il più grande, originario della Sierra Leone, mentre il secondo, gambese, è arrivato sei mesi dopo. Una storia unica la loro, sebbene le coppie miste non siano affatto un caso così singolare nel nostro Paese. «Ci siamo subito sentiti a nostro agio. È stato un processo tranquillo, quasi fisiologico. Avevamo già una panoramica del problema, anche se con i minori ovviamente è diverso, perché devi dargli un’impronta, indirizzarli, educarli». Nonostante lo spaesamento iniziale, i ragazzi pian piano si sono inseriti bene. «Pure troppo!», ha ammesso lei ridendo.

 

Anche la solidfamiglia-vinci-400-286arietà da parte di amici e parenti è stata a dir poco immediata. «Non abbiamo avuto problemi ad inserirli nel nostro vissuto, tutti i nostri familiari si sono affezionati. Li ho presentati alle mie colleghe, e anche le mie figlie ne sono molto contente. Pensate che quando è arrivato il secondo temevano che mandassero via il più grande!». Insomma, nessuna gelosia da parte dei parenti “di sangue”, anche se per gli “acquisiti” il discorso all’inizio è stato leggermente diverso. «Quando è arrivato il più piccolo si sono innescate dinamiche tipicamente familiari, come quella dell’invidia tra fratelli. Ma per noi non è stata altro che una conferma che la cosa funziona», ci hanno confessato sia la coppia che Valeria Patacchiola.

Un’integrazione perfettamente riuscita, ma non semplice da costruire. I ragazzi entrano a contatto con aspetti del tutto assenti nella cultura d’origine, come quello dell’adolescenza. Perché l’idea di passare un’età di mezzo in cui non si è né bambini né adulti, per quanto possa sembrarci banale e scontata, è squisitamente occidentale. «Nei nostri Paesi e alla loro età siamo già adulti» conferma il compagno di Mariella. Senza contare che, dopo viaggi strazianti ed esperienze dolorose, accettare regole come il coprifuoco o l’obbligo di andare a scuola tutti i giorni non è certo così scontato. «Me lo dicevano spesso all’inizio, “all’età mia io sono sposato con figli”. Anche per questo gli risulta così strano non poter uscire da scuola quando vogliono». «Per molti di quelli che arrivano l’Italia è sinonimo di libertà. Ma non è così, qui si devono rispettare le regole dei più grandi. Anche io sono venuto dall’Egitto che ero giovane, a 22 anni. Ero un uomo già da un pezzo, nel mio Paese. Qui sei praticamente un bambino fino a 25 anni, a volte 30. Da noi non esiste una cosa simile: o sei un bambino o sei un adulto». Fatto sta che Mariella e il suo compagno non si sono pentiti della loro scelta. Anzi, la ripeterebbero e consiglierebbero ad altre famiglie.

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