Exemple

Tiziana ha 18 anni, incontra un ragazzo in un bar e iniziano a chiacchierare. 21 anni dopo Tiziana e Hassan, quel ragazzo che è ormai un uomo, sono ancora insieme: hanno imparato a conoscersi, ad apprezzarsi e a stare bene, giorno dopo giorno.
La famiglia che hanno creato è la loro forza, il loro orgoglio. I loro figli sono frutto dell’incontro di due mondi apparentemente diversi, ma che hanno fatto del dialogo un ponte per ritrovarsi, sempre.
“Io sono felice”, mi dice Tiziana: tre parole per spiegare tutto ciò che conta.

Come vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti per caso, nel novembre ’98. Era una sera, sono andata in un bar: lui era lì e abbiamo iniziato a parlare. Mio marito è di Casablanca, ma era qui da 7/8 mesi quando l’ho conosciuto io e parlava già bene l’italiano.
Tu hai conosciuto la sua famiglia?
Si, io ho conosciuto la sua famiglia, però lui ha perso prestissimo la mamma e il papà, tra il 2001 e il 2002. Si vede che gli manca, io faccio il possibile per stargli vicino, ma qualcosa gli mancherà sempre. Poi quando sono arrivati i bambini l’hanno aiutato a riacquistare un po’ di serenità.
Da un altro punto di vista, se ci fossero stati ancora i suoi genitori forse sarebbe stato più difficile per la religione: hanno l’abitudine di trasmettere ai figli e alla moglie la religione; Hassan mi ha parlato dell’Islam, ma non mi ha mai obbligato a convertirmi. Ai nostri figli cerchiamo di spiegare entrambe le religioni, in modo che siano in grado di decidere per sé stessi, una volta cresciuti. Di quello che pensano gli altri poco mi importa. Io insegno ai miei figli il rispetto del prossimo e a non fare male a nessuno, che è quello che il nostro Dio in comune vuole; quando si sentiranno pronti sceglieranno loro se essere cristiani o musulmani, io voglio che i miei figli siano in grado di decidere da soli cosa fare della loro vita. Festeggiamo le ricorrenze musulmane e tutte le ricorrenze cristiane. Io non vedo diversità tra noi, viviamo come una qualsiasi coppia italiana.
Abbiamo trovato il nostro equilibrio, anche se non è stato facile: il matrimonio in sé, anche tra persone dello stesso Paese ha le sue le difficoltà, noi abbiamo dovuto lavorarci un po’ di più, però è venuto tutto naturale. Inoltre, Hassan non ha molti amici del suo Paese, ha amici italiani, quindi forse è stato un bene, ci ha aiutato a essere un po’ più tranquilli.

Come ti trovi quando andate a trovare il resto dei parenti a Casablanca?
Mi piace il suo Paese perché mi hanno sempre trattato bene: fanno a gara a chi ci deve invitare a casa, mi sento accolta. Purtroppo, non possiamo andarci molto spesso perché essendo in 5 dobbiamo affittare un appartamento… Un’altra piccola difficoltà è che hanno la convinzione che, arrivando dall’estero, hai più possibilità di loro, quindi devi sempre cercare di aiutarli.

Com’è invece il rapporto tra la tua famiglia e Hassan?
Hassan e mia mamma si sono innamorati l’uno dell’altro subito, l’ha accettato subito benissimo. Ultimamente mia mamma non è stata molto bene, e mio marito ha voluto andare in ospedale… Mi dice “tua mamma è come se fosse mia madre”.
Mio padre ha fatto un po’ più di fatica, all’inizio non era molto d’accordo. Del resto, vent’anni fa lo straniero non era benvisto. Si è ammorbidito tanto quando è nato il primo nipotino, Omar, lo adorava e ha iniziato ad apprezzare anche Hassan.

Com’è cambiata la vostra coppia da quando ci sono i ragazzi?
Ci dividiamo i compiti, Hassan mi aiuta moltissimo con i bambini e con le faccende di casa, quindi siamo riusciti a trovare un equilibrio. Non è un aspetto comune tra gli uomini del suo Paese diciamo che io sono stata fortunata perché ho trovato una persona intelligente, che sa che i figli li abbiamo voluti tutti e due, quindi è giusto aiutarsi.

Ti va di parlarmi un po’ dei tuoi figli?
Sono il nostro orgoglio, perché sono dei ragazzi tranquilli, educati. Mio marito tiene tantissimo all’educazione dei ragazzi, forse perché è molto importante nel suo Paese d’origine: in Marocco c’è un grande rispetto per le persone più adulte, cosa che qui in Italia spesso non si vede. Hassan tentato di parlare arabo con i ragazzi i primi anni, poi però loro l’hanno perso, quindi adesso non parlano arabo, solo italiano. Io lo capisco molto più di loro e questo mi spiace un po’.
Abbiamo cercato anche nomi per loro che potessero andare bene sia in un Paese che nell’altro: Omar, Ambra e Laila. La differenza tra di noi non so se la vedono, se il fatto di avere il papà che viene dal Marocco e la mamma italiana sia un problema. Finora mi è sembrato di no.

Quali sono i momenti più belli per voi?
La gioia più grande è quando è nato Omar, io avevo 21 anni, lui 27, è stata l’emozione più grande che abbiamo provato insieme. Hassan è sempre stato con me, non mi ha mai lasciato sola.
Un altro bel ricordo il giorno del mio matrimonio. Ci siamo sposati in Comune in Italia nel 2001, e poi nel 2013 siamo andati in Marocco e Hassan mi ha fatto la sorpresa organizzando il matrimonio là. Io non sapevo niente, è stata un’emozione grandissima.

Ci sono degli argomenti su cui discutete spesso?
Siamo molto sereni, l’unico periodo un po’ burrascoso è il mese di Ramadan, ma se durante la giornata è stato piuttosto aggressivo o puntiglioso, la sera mi dice “scusami se oggi ti ho detto questo”.

A volte si creano delle situazioni spiacevoli a scuola: quando iniziano un percorso scolastico nuovo, i professori hanno dei pregiudizi perché i miei figli hanno un cognome straniero. Mi arrabbio quando i professori danno per scontato che siano stranieri; mia figlia è italiana, puoi chiederle di parlare del luogo dove è nato il papà, ma “parlami del tuo Paese d’origine” non è una domanda da fare a una bambina di una coppia mista, ma neanche ai bambini stranieri nati qua, perché anche loro sono italiani, secondo me. Speriamo che con il tempo le cose migliorino, anche per i miei figli, loro sono italiani, non sono stranieri. Per ora ci son stati solo due o tre episodi ma, dato che sono piccoli, sono intervenuta io. Vedo che se la cavano bene, anche con gli amici non hanno nessun tipo di problema.
Molte comunità si chiudono in loro stesse, noi essendo 50 e 50 riusciamo a stare bene da entrambe le “parti”: io sto bene con le mamme straniere e bene con le mamme italiane e mio marito uguale, mediamo molto tra le due culture.
Io credo di essere così perché i miei genitori mi hanno insegnato questo. Mio padre è figlio di emigrati francesi, invece la mamma di mia mamma era napoletana: adorava Hassan, diceva che capiva quello che provava lui in Italia, perché quando lei è arrivata a Bergamo la facevano sentire straniera.

Con l’ambiente esterno invece avete…
Avuto problemi dici? Capita sempre: a volte se deve andare a fare dei documenti in un ufficio, gli fanno delle storie, se vado io si risolve tutto. Questa cosa la detesto, voglio che lui sia in grado di essere indipendente. Però è dovuto anche al fatto che tanti suoi compaesani si comportano male e quindi poi nasce un pregiudizio generale. A me non è mai interessata la sua provenienza: so che persona è, quanto vale, e questo è l’importante.

Se potessi tornassi indietro, lo rifaresti?
Su Facebook ci sono diversi gruppi di coppie miste e tanti hanno vissuto un’esperienza negativa: a me spiace per loro, anche quando sentiamo al telegiornale che un partner è partito e ha portato via i bambini o altro… Però le brutte situazioni ci sono anche tra persone della stessa nazionalità: credo che alla base di ogni rapporto ci sia il rispetto, se manca quello si creano dei problemi, che lui sia bianco, nero, giallo…
Noi siamo affiatati perché abbiamo la stessa idea di coppia, che è fatta di rispetto, dello stare insieme, di dirsi le cose anche se sai che l’altro non ne sarà felice. Questo aspetto ho dovuto farlo capire anche a lui, perché all’inizio era molto geloso. Quando ci siamo conosciuti, il mio migliore amico era maschio: per lui è stato molto difficile accettarlo, poi si sono conosciuti… Ed è stato il suo testimone di nozze! Con il tempo ha capito che doveva fidarsi.
Non ho mai pensato di cambiare o come sarebbe stato se avessi avuto un marito italiano, anzi… Per le esperienze di amici e parenti, io sono felice con lui, non lo cambierei con un uomo italiano, non mi ha mai fatto mancare niente, mi ama, mi rispetta… Non è una cosa che vedo in tutte le coppie, probabilmente noi siamo stati fortunati, stiamo bene insieme.

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Exemple

Simona ha trovato un fidanzato nigeriano, Ibrahim. All’inizio non è stato facile: la gente del paese mormora, molti le chiedono: “come fai a stare con qualcuno così diverso da te?” Simona non parla di diversità, ma di ricchezza: vivere a contatto con una cultura differente è un arricchimento quotidiano, che lei ricercherebbe anche se dovesse intraprendere un’altra relazione.
Simona parla anche di normalità: nonostante le apparenze, la loro è una coppia normale, fatta di cene con gli amici, battibecchi sui piatti da lavare e progetti per una famiglia.

“A me non è mai sembrato diverso”, dice lei: il colore della pelle non conta, se nell’altro vedi semplicemente una persona

Come vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti quasi 6 anni fa, durante una vacanza con mia nonna a Rimini. Nell’albergo dove alloggiavamo lavorava Ibrahim, faceva il barman. È stato tutto molto veloce, io dopo 4 giorni sarei partita, quindi non avevo nessuna aspettativa. In realtà sono stati giorni molto intensi.
Probabilmente se avesse vissuto più vicino avrei vissuto più la fase della conoscenza, è stato molto o tutto o niente. Lui ha conosciuto subito la mia famiglia, perché nei periodi in cui veniva a trovarmi lui stava a casa mia, non albergo: avevamo una stanza in più, ai tempi vivevo ancora dai miei… Per due anni circa abbiamo fatto avanti e indietro.
Non potevamo andare avanti così a vita, quindi Ibrahim ha cominciato a cercare lavoro qua. Per i primi 4 o 5 mesi si è fermato in casa con i miei, poi dopo 3 anni che eravamo insieme siamo andati a convivere, ora sono quasi 8 anni che stiamo insieme.

Quindi ha conosciuti subito i tuoi…
Non ci ho pensato troppo, non mi andava di farlo stare in un albergo. Mia nonna lo conosceva già perché era in vacanza con me quando l’ho incontrato; lei all’inizio era restia, il suo problema non era tanto il fatto che lui fosse nigeriano, aveva paura che io mi trasferissi con lui, lontano. Invece ora gli vuole bene come se fosse figlio suo.
I miei genitori sono stati molto accoglienti, anche se hanno avuto bisogno di un periodo per conoscerlo, come avrebbero fatto con chiunque altro: non ho portato tanti ragazzi a casa e soprattutto molti già li conoscevano. Pregiudizi a livello di colore, di cultura, non ne hanno mai avuti, anzi loro sono persone molto aperte, che viaggiano tanto, quindi la parte culturale è quella che forse più interessava loro. Sicuramente qualche perplessità l’avranno avuta, ma probabilmente per rispetto nei miei confronti e del rapporto che stavo vivendo, non mi hanno ostacolata in nessun modo. La cosa che forse ha facilitato è il fatto che sia cristiano, una delle prime domande è stata “ma di che religione è?” E quando ho detto cristiano hanno fatto un sospiro di sollievo, gliel’ho letto negli occhi. Comunque questo ha facilitato anche me: io sono abbastanza religiosa e se lui fosse stato di una religione diversa la cosa probabilmente mi avrebbe frenato.

Lui ha il papà musulmano, però non è mai stato sposato con sua mamma: hanno avuto Ibrahim durante una relazione ma poi si sono separati, quindi lui è vissuto e cresciuto in una famiglia cristiana.
Ibrahim è nato in Nigeria e ha vissuto lì per 7/8 anni, ma sua mamma si è trasferita in Italia, quindi lui è cresciuto con la nonna, poi è andato da uno zio a Londra e infine a Rimini, dove la mamma viveva da anni con un uomo italiano che aveva sposato.
Sua mamma l’ho conosciuta una delle prime volte che sono andata a trovarlo a Rimini, lui ci teneva perché, come me, riteneva che la nostra fosse una storia importante, voleva il suo benestare. Io vengo da una famiglia molto seria, sua mamma invece da africana è una persona molto espansiva, quando mi ha conosciuto mi ha abbracciato come se mi conoscesse da una vita. Comunque, oltre a quell’attimo di smarrimento, quando ti senti accolta è tutto più semplice. In realtà è stata la stessa impressione che ho avuto quando sono andata in Nigeria.

Raccontami!
Sono andata in Nigeria la prima volta ad agosto 2015. Ovviamente voleva presentarmi sua nonna, che è la persona più importante per lui, avere il suo benestare. E in secondo luogo per farmi conoscere le sue origini.
Voleva farmi conoscere anche la famiglia del papà, anche se li ha ritrovati quando aveva 17/18 anni, perché prima non aveva alcun rapporto con il padre. Costantemente gli dicevano “ma ti ricordi che sei musulmano, non vai mai in moschea?” E lui rispondeva “no, io sono cresciuto in una famiglia cristiana, sono cristiano.”
Ci sono tornata a novembre, nel 2017, perché si sposava l’ultimo zio di Ibrahim. È stato bellissimo, conoscevo già tutti e conoscevo l’ambiente: ero molto più tranquilla, mi sentivo ormai a casa.

Com’è stato il primo incontro con i suoi famigliari?
Con la nonna è stato emozionante, per lui era importante che la conoscessi: è talmente legato alla nonna che tutte le volte che la vede piange, si inginocchia a terra… E la parte ancora più emozionante è stato conoscerla e parlarsi: per fortuna parla inglese, è stato facile comunicare. È stata felicissima che lui stia con me e quindi ho avuto la benedizione ufficiale della famiglia.
La famiglia da parte della mamma è benestante, hanno tutti studiato all’estero, tanti vivono in Inghilterra, qualcuno vive in America, hanno una bella casa, dignitosa. La famiglia del papà invece è più povera, inevitabilmente loro ci guardavano con occhi diversi, il mio compagno vive in Europa, il sogno di tutti. Quindi hanno una specie di riverenza nei suoi confronti, io ero in imbarazzo, cercavo di passare l’idea che siamo persone normali… Però è difficile perché effettivamente viviamo in un Paese dove si vive bene. Ibrahim è come un’àncora: si sentono pochissimo, ma quando succede qualcosa e si trovano in difficoltà lo chiamano, sia a livello economico che per confrontarsi.
Per il resto sono tutti estremamente accoglienti, quindi non puoi che sentirti a casa, benvoluta, quella è la parte che mi è piaciuta di più.

Chiaramente finché non sono andata là, tanti suoi lati culturali e caratteriali non potevo capirli fino in fondo. Quando siamo in Africa lui mi dice sempre “oggi si fa una cosa al giorno, se sei riuscito a farti fare un documento, hai già fatto più di quello che dovevi fare”. Nonostante lui sia vissuto in Europa per tantissimi anni, questo aspetto è proprio nelle sue vene, fa parte di lui; chiaramente vivendo qua anche lui su certe cose ha dovuto un po’ adattarsi. Comunque, questo aspetto ha aiutato a vivere più tranquilla, io sono sempre stata una persona che si faceva un sacco di pensieri, anche rispetto al futuro: con lui è stato più facile affrontarlo cose, il futuro si costruisce giorno per giorno, chiaramente avendo degli obiettivi però sapendo accettare ciò che la vita ci dà.

Ci sono aspetti su cui vi scontrate?
Ci scontriamo, poi come in tutte le coppie ciascuno smussa alcuni lati del proprio carattere: sarebbe successo anche se fosse arrivato da una cultura uguale alla mia. Banalmente, lui è sempre stato abituato ad arrangiarsi da solo: occuparsi della casa, lavare, stirare… quindi in casa è uno preciso, non vola un microbo di polvere in casa mia; al contrario, io sono estremamente disordinata.
I nostri scontri non sono questioni culturali, ma a livello di abitudini, normali di coppia. Non l’ho mai collegato al fatto che fosse di una cultura diversa, non mi è mai neanche passato per la mente, penso che avrei avuto le stesse identiche difficoltà se avessi frequentato un altro qualsiasi ragazzo.
Tanti mi chiedono “come fanno a convivere due culture diverse?” Io non vedo questa differenza culturale, a parte certe piccole situazioni, come quella di cui ho parlato prima. Forse anche il fatto che sia vissuto in Europa facilita le cose, se l’avessi conosciuto appena arrivato qua, probabilmente sarebbe stato diverso, non lo so.
Ogni tanto penso “a me non è mai sembrato diverso”: quando lo guardo, è come se non vedessi neanche che è di un altro colore. Forse perché sono sempre stata molto aperta, molto predisposta a qualsiasi tipo di relazione, non ho mai rifiutato a priori un incontro, anche se non ho mai avuto altre esperienze di questo tipo, Ibrahim è il mio primo ragazzo che viene da un altro Paese.
Sono sempre stata molto curiosa, come altre coppie miste che conosco; è come se ci legasse un filo, nonostante le diverse provenienze dei nostri compagni, ci incontriamo perché probabilmente… Sentiamo le stesse cose? Abbiamo una visione della vita e delle relazioni più allargata e più priva di pregiudizi? Di sicuro. Queste sono anche le persone che frequento più spesso. E quindi è tutto normale, è tutto molto normale, in effetti.

Com’è il vostro rapporto con l’ambiente esterno alla famiglia?
Le persone molto vicine a me sapevano che sono sempre stata una persona libera e lontana dai pregiudizi, nessuno si è stupito di questo rapporto. Vivendo in un paese e non in una città, all’inizio c’è stato il mormorio generale, i miei compaesani hanno fatto fatica a vedermi frequentare una persona che non fosse del mio steso paese, ma se anche fosse venuto dalla Sicilia, sarebbe stato uguale.
A livello di relazioni al di fuori della coppia, io ho mantenuto le mie amicizie, mentre lui fa fatica ad instaurare delle relazioni: gli amici veri sono ancora quelli con cui è cresciuto, a Rimini. Molte mie amiche hanno avuto fidanzati non italiani, quindi presentarlo non è stato un problema, non ho pensato “chissà come la prenderanno gli altri”.
Faccio più fatica in altre situazioni, ad esempio una volta, in treno hanno chiesto il biglietto solo a lui, a me no. Il controllore non aveva capito che eravamo insieme, quindi gli ho detto “ma perché a me non chiede il biglietto?” e lui è rimasto un po’ interdetto. Ibrahim è abituato, purtroppo, ma io non ho mai vissuto sulla mia pelle delle discriminazioni e quando le vive lui, ci sto molto male. Anche lavorativamente parlando, ha ricevuto tanti rifiuti probabilmente perché non era italiano. C’è ancora tanta resistenza, ti accorgi quando ti guardano e pensano “ma questa con chi sta”. Però uno ci convive e spera che le cose un giorno cambieranno.

Avete dei progetti per il futuro?
Vorremmo acquistare una casa, ma parliamo di matrimonio da un po’, quindi potrebbe essere in arrivo. E poi vorremmo una famiglia, è un forte desiderio per entrambi. Io sono molto legata ai miei, ho sempre avuto un bel rapporto con loro; lui ha una famiglia numerosa a cui è molto legato, quindi è un concetto di famiglia che corrisponde al mio, ci siam sempre trovati d’accordo.
Anche per quanto riguarda la convivenza… Ecco! Paradossalmente per la mia famiglia è stato più difficile accettare il fatto che io andavo a convivere senza sposarmi, piuttosto che accettare un fidanzato che non fosse italiano.

Se potessi tornare indietro, sceglieresti ancora di stare con Ibrahim?
Sì, sicuramente. È la storia più importante, non ne ho avuta un’altra così. Conoscere lui è stato conoscere un nuovo Paese, persone diverse, l’interculturalità che io ho sempre cercato: è vero che ho viaggiato tanto, però non ho mai avuto tanti amici stranieri, lui me li ha portati in casa. Io ho sempre sognato una casa molto aperta, accogliente, e lui questa cosa me la fa vivere nel quotidiano. A volte ci sono persone che non conosco che vengono in casa, qualcun altro avrebbe dei problemi, invece per me è una ricchezza.
Effettivamente quando mi dice ogni tanto “Se ci dovessimo lasciare, avresti problemi a stare con un’altra persona di un’altra provenienza?” No! Per me è talmente un valore aggiunto il fatto che abbia una cultura diversa, che probabilmente lo ricercherei, ma non perché è di un altro colore di pelle, perché potrebbe essere anche americano, ma proprio perché… Sono talmente curiosa e propensa a conoscere altre realtà che probabilmente la ricercherei.

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Exemple

Benedetta, è giovane, ma ha le idee chiare sulla sua relazione con Dimitri: gli anni trascorsi insieme le hanno fatto capire che il nostro modo di vivere non è l’unico possibile, perché al di fuori dei confini, a volte un po’ ristretti, che disegniamo attorno a noi, c’è un mondo da cui si può imparare tanto. L’Ucraina non è molto distante, eppure Dimitri è diverso: non è romantico, ha poco senso dell’ironia, ma sa anche superare le difficoltà rimanendo positivo, apprezza le piccole cose e costruisce la propria felicità a partire da sé stesso, perché in passato ha dovuto lasciare tutto e ricominciare da capo. “Tutte le albe della mia vita le ho viste con lui”, mi ha detto Benedetta; quelle notti in cui non si poteva fare altro che parlare, scoprirsi a vicenda, sono state l’inizio della loro storia, che li ha fatti diventare una versione migliore di loro stessi.

Come hai conosciuto il tuo compagno?
Io e Dimitri ci siamo conosciuti in un ristorante dove faceva il cameriere, io ero un cliente abituale. Io tra l’altro all’epoca ero fidanzata da tre anni con un ragazzo italiano poi ho conosciuto lui e… Ho perso la testa e ho cambiato completamente direzione.

E cos’è che ti ha fatto “cambiare completamente direzione”?
Le caratteristiche che lo rendono completamente differente da un italiano. È l’approccio alla vita, è una persona che ha superato molte difficoltà senza mai abbattersi e senza essere influenzato negativamente, sentirgli raccontare le sue esperienze personali, le condizioni che ha dovuto superare… Questo è quello di cui ho fatto esperienza con lui, ma anche mentre insegnavo italiano agli stranieri: ho conosciuto molte persone sorridenti che ti raccontavano che erano arrivate dopo due giorni di gommone in mezzo al Mediterraneo… E magari io mi lamento perché l’autobus è arrivato due minuti in ritardo stamattina.

E da parte sua invece?
Quello che lui mi dice è che da quando mi ha vista ha pensato che dovessimo stare insieme.
L’Ucraina è parte di fatto del continente europeo e tendiamo a vederlo come Occidente, ma una sua amica una volta mi ha detto “No, noi non siamo occidentali, voi siete occidentali”. E così ho rivisto il mio concetto di Occidente, cioè l’Occidente non è geografico ma è culturale.
Secondo me noi ci collochiamo a metà: io dell’Occidente amo molto la libertà di pensiero, l’autonomia, però detesto questa cultura del consumismo, dell’attacco di panico, dell’ansia, dell’individualismo, dell’egocentrismo. Lui si colloca a metà perché quello che gli mancava era la libertà, anche di espressione; dunque forse c’è stata da parte di entrambi questo… Riconoscersi e questo trovare nell’altro quello che mancava nella propria cultura. Ti faccio un altro esempio: sua madre e sua sorella vivono qui e una volta stavamo parlando di 1984, il libro di Orwell e lei mi dice “mah io ho letto le prime pagine, però l’ho trovato così noioso, era la mia vita quotidiana”; a me l’hanno fatto studiare a scuola come la realtà distopica. Questo mi ha molto impressionato.

E com’è il rapporto con la sua famiglia?
Con sua mamma ho un rapporto molto positivo, c’è stata una grande integrazione delle due famiglie… Quello che noto è che c’è una tendenza a considerare chi è nato in Occidente come molto più fortunato, che non ha fatto fatica e non ha niente perché se lo merita ma perché tanto qui è tutto facile. Questo è parzialmente vero, perché sicuramente noi occidentali abbiamo la possibilità di accedere ad alcuni servizi che chiaramente nell’Unione Sovietica ci si poteva solo sognare, però si tratta comunque di un pregiudizio. Comunque, il rapporto in generale è positivo.
Ho un’amica ucraina che dice sempre “no, io con un italiano non starei mai, per me serve un ragazzo slavo, extraeuropeo perché ci sono certi valori che…” È comprensibile, in un certo senso la sua famiglia è particolare perché c’è una grande integrazione.

Invece com’è stato quando tu l’hai presentato ai tuoi genitori?
Dei miei genitori posso dire che l’approccio è sempre stato molto positivo, siamo una famiglia molto aperta dal punto di vista culturale, quindi da parte loro non mi sono mai sentita dire niente di particolare, mio padre ad esempio lo adora.
I commenti negativi erano arrivati di più con le mie amiche, mi dicevano “stai attenta, gli ucraini bevono tanto, ma non è che ti picchia…”
In realtà anche i colleghi di lavoro fanno delle battute e mi stupisco perché se qualcuno dicesse “mio marito è protestante” non credo che avrebbero le stesse uscite, mi stupisce la leggerezza da parte di persone che ti conoscono superficialmente.

Anche il tuo compagno nota la stessa cosa nei suoi confronti?
Una volta è tornato a casa ridendo con una certa amarezza e dice “ah oggi sono passato di fianco a una signora e ha spostato la borsa dall’altro lato”, mentre stai camminando per strada capitano queste cose…
Fra l’altro desta un enorme stupore il fatto che io sia italiana, perché ho una carnagione chiara, quindi sembro la sua compagna ucraina; quando i suoi conoscenti si rendono conto che sono italiana, si stupiscono moltissimo. Molti amici ucraini mi hanno detto “che strano un’italiana che lascia un italiano per un ucraino”, si sente di più il contrario; a lui invece fanno battute del tipo “ah hai trovato un’italiana per i documenti”. C’è questa idea che per mettersi in regola, per avere delle agevolazioni allora vai con un’italiana o con un italiano.

Mi dicevi che tuo papà ti ha detto che lui è perfetto per te, che non avresti potuto stare con nessun altro, in che senso?
Suppongo per questo approccio generale alle cose, per il fatto di essere un grande lavoratore, un uomo che deve avere un ruolo nella famiglia, una forte responsabilità… E per il fatto che è in grado di fare discorsi più adulti e maturi. Abbiamo un approccio sicuramente molto simile alle cose, forse per ragioni culturali, forse per ragioni personali, nel senso che decidere di andare a vivere da sola a vent’anni e stato per me più un fatto personale che culturale. Adesso viviamo insieme da tre anni e siamo insieme da cinque.

E com’è cresciuta la vostra storia nel tempo?
Io credo lui sia cresciuto per il desiderio di legarsi, quando l’ho conosciuto io sono stata la sua prima relazione stabile, forse ha proprio accettato il fatto di avere un legame forte, di avere bisogno di una persona. Lo vedo adesso molto convinto, quindi questa secondo me è stata la reale crescita del rapporto, l’accettare di fermarsi.
A volte rifletto sul fatto che per lui non sia stata una scelta quella di venire qui, ma dettata da motivi familiari, economici, poi poco dopo è scoppiata la guerra. A 21 anni vieni trapiantato in un altro posto, non capisci niente, non parli la lingua, nel tuo Paese avevi delle amicizie, dei contatti, un lavoro e devi ripartire da zero. Quando poi trovi una persona con cui stare, con cui costruire qualcosa, forse diventa davvero casa tua. Lui mi dice sempre “non tornerei mai in Ucraina, non si può vivere lì, però mi manca, casa mia è bellissima”. Penso che sia un dolore enorme, se penso a tutto quello che amo dell’Italia…. Noi tante volte diciamo “gli immigrati vengono da noi perché qui è meglio”: qui è meglio perché riesci a vivere dignitosamente, però chi è che dice che è meglio in senso assoluto? E se ti dicessero che da domani qui non hai un futuro… Come ti sentiresti? Continueresti a pensare che qui è il posto più bello del mondo.
A volte lo scontro culturale c’è, forse lo sento più io di quanto non lo senta lui, perché lui adesso è 10 anni che vive qui; a volte me la prendo per certe cose senza capire che non sono parte di lui, del suo modo di essere, della sua cultura. Per esempio, adesso è diventata una presa in giro, ma all’inizio rimanevo molto male per la sua assenza di romanticismo: una volta gli ho detto “ma tu non regali mai i fiori” e la risposta è stata “ieri ti ho comprato lo spray per sgelare il vetro dell’auto”, sembra una barzelletta, ma lui me l’ha detto seriamente! Alla fine, serve una persona pratica, non una persona romantica. Anche il fatto di non avere tutto: una sera mi chiede entusiasta: “vuoi dell’ananas? Da noi lo trovi solo a dicembre, a Natale”. Questo mi ha fatto riflettere, noi abbiamo tutto, loro hanno tutta questa gioia per l’ananas sciroppato a settembre.

Su cosa vi capita di discutere più spesso ultimamente?
Prima l’argomento di discussione base era il nostro voler costruire qualcosa insieme. Per me se porti una relazione ad un certo livello poi devi voler costruire qualcosa e questo è un fatto molto, molto personale. Adesso devo dire è un periodo stranamente tranquillo, perché siamo due caratteri abbastanza forti che tendono a discutere spesso.
Quello che ti direi che è cambiato anche nella discussione è quest’idea di riparare; l’idea di perdere quello che è stato fatto fino ad adesso per una lite, che può scaturire da un comportamento negativo, una riposta che è risultata sgradevole, uno dei due che non ha fatto qualcosa… Lui mi dice “l’idea di perdere tutto per una banalità simile mi sembra davvero una follia”.

Raccontami il momento che ti ha reso più felice da quando siete insieme
Una sera stavamo parlando dell’amministrazione delle finanze a casa: una cosa su cui discutiamo spesso è che io sono molto parsimoniosa, lui invece non ci sa molto fare con il denaro; non so se sia un fattore personale o se sia un fattore culturale, non l’ho ancora ben capito. Lo stavo rimproverando e lui mi dice “ho davvero cambiato la mia mentalità da quando sto con te perché hai ragione”. Non è “hai ragione” che mi interessa, ma è l’idea che lo stare con me lo abbia fatto riflettere su alcuni punti, per me è stato molto importante.
Per quanto mi riguarda invece, la positività che ho adesso nell’affrontare la vita viene da lui, da come mi ha raccontato di aver superato le difficoltà: secondo me la felicità è un dovere morale e bisogna essere grati per quello che si ha, detto in maniera del tutto laica.

Cosa vi piace fare insieme?
Quando ci siamo conosciuti abbiamo vissuto un anno potendoci vedere solo di notte, quando lui aveva finito di lavorare e abbiamo ricordi di queste notti lunghissime trascorse a parlare, guardando l’alba… Tutte le albe della mia vita le ho viste con lui perché nelle altre dormivo. Quando hai davvero poco tendi a riempire con quello che c’è dentro di te ed è quello che si creava anche in quei momenti, non avevi altro se non la parola.
Quando penso alla relazione con lui penso che sia il punto dove dovevo arrivare, anche la persona che sono adesso è grazie a lui, penso che mi abbia insegnato molto, ed è per questo che credo che il momento di cui ti parlavo sia uno dei momenti più felici, ho capito che gli avevo trasmesso qualcosa; lui ha scolpito molto il mio modo di pensare, tante convinzioni che ho adesso derivano dalla relazione con lui. È stato un modello per trovare la felicità, crearsi la felicità, perché non sempre arriva da fuori, se viene da fuori ti può essere tolto e credo che lui l’abbia imparato a sue spese, mentre io l’ho imparato da lui…

Lo rifaresti?
Si, cento volte, cento volte assolutamente. Dico sempre che sia la cosa più giusta che abbia fatto finora, ed è stato il motore di altre cose molto giuste.
Anche il fatto di andare a vivere insieme, ho fatto proprio un salto nel vuoto perché me lo sono “tirato dietro”, senza neanche sapere se lui fosse convinto della cosa. È davvero stato qualcosa di molto positivo, non sono mai stata una molto incline a vincolarmi a dire “fra 10 anni sarò qui con questa persona”, ma con lui mi viene voglia di dirlo, sarà l’amore, ma sarà forse anche il vedere dall’altra parte una persona che ti dà sicurezza, che ti dà la voglia di costruire qualcosa.

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Exemple

Maria e Aris
Quando Maria decide di partire come fotografa per i villaggi turistici non immagina che verrà mandata in Messico, dove conoscerà Aris. Per un anno vivono la loro storia tra sole, mare e splendidi paesaggi, poi la decisione: si va in Italia. Aris compra un biglietto di sola andata, lasciandosi alle spalle il suo Paese e la sua famiglia. Dal 2010 a oggi Maria e Aris ne hanno fatta di strada, ma non è stato semplice: per trovare il proprio equilibrio hanno discusso di soldi, di lavoro, di abitudini, smussandosi a vicenda e imparando l’uno dall’altra. La bergamasca risparmiatrice e il messicano “viva la vida” hanno capito come incontrarsi a metà strada. “La sua felicità in Italia dipende da me”, dice Maria: sa che non basta una volta, bisogna scegliersi sempre per rendersi felici.

Come vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti in Messico, Paese d’origine di Aris. Dopo il diploma ho mandato il mio curriculum a un’agenzia che ha il negozio di fotografia dei villaggi turistici, pensavo mi avrebbero sulle coste dell’Italia, invece mi hanno detto “fra dieci giorni parti per il Messico”. Lì ho conosciuto lui: lavorava in un altro villaggio quindi avevamo colleghi in comune, quindi una sera ci siamo incontrati ad una festa. Come succede per tutte le altre coppie, abbiamo iniziato a frequentarci. La nostra storia è nata così, senza nessuna aspettativa, senza nessun programma: quando meno te lo aspetti, poi succede. Siamo stati un anno e mezzo in Messico poi, prima di tornare in Italia e di portare Aris con me, sono andata a conoscere la sua famiglia, a Città del Messico. Lui ha fatto le valigie e ha detto “mamma ho preso solo il biglietto d'andata”. Siamo arrivati in Italia a luglio 2011; nei mesi successivi ci siamo trovati di fronte alla difficoltà dei documenti e di tutto quello che concerne la legalità. Dopo tre mesi in Italia, abbiamo deciso di sposarci, ero giovane, avevo 24 anni. Lui mi ha detto “io sono qui per te, non ho deciso di andare in un altro continente per una fidanzata qualsiasi”. A posteriori posso dire che fare questa scelta in tre mesi sia stato un po' azzardato, ma eravamo entrambi accordo, l’abbiamo fatto per ottenere i documenti e continuare a stare insieme. Se fosse tornato a casa sarebbe costato un sacco di soldi, non avremmo saputo quando ci saremmo rivisti.

I tuoi genitori come hanno reagito?
Direi bene, nel senso che i miei genitori mi hanno sempre abituata a viaggiare, i miei sono sempre state persone aperte, anche i colleghi stranieri: li hanno sempre invitati a casa quindi non dico che fosse un destino già scritto, ma immagino sicuramente abbia influito, è sempre stata una cosa molto naturale per me. Di conseguenza portare Aris a casa e dire “mamma, ci sposiamo” non è stato un problema per la sua nazionalità, poteva essere italiano così come straniero.
I miei lo adorano: mio papà è un tipo pacifico, molto buono, mentre mia mamma è sempre un pò più critica, però dopo i primi mesi, dopo averlo conosciuto la diffidenza svanisce. Noi siamo stati la prima coppia mista del parentado, quindi effettivamente è stata una cosa nuova. Non nego che ci siamo ancora pensieri un po’ ostili, perfettamente come la pensa qualcuno, però mi interessa poco, ognuno fa ciò che meglio crede della sua vita.

Mi dicevi che prima di partire siete andati a trovare la famiglia a Città del Messico …
Esatto, io sono entrata nella loro famiglia e gliel’ho portato via, questo è stata la scena. Io sono una persona molto aperta, quindi quando i suoi vengono qua li ospitiamo in casa, ad esempio quest’estate sono rimasti tre mesi; altre persone li manderebbero in albergo, io non ce la farei, casa mia è casa loro. Certamente non è facile, avere i suoceri in casa per tre mesi. Altre coppie non lo fanno, ho un’amica italiana con un compagno francese: quando vengono qua lei a casa non li vuole. Io non riuscirei, come potrei dirgli di no?

Com’è il rapporto con i suoi genitori?
Ci troviamo bene, abbiamo molti interessi in comune, ci piace viaggiare, venirci a trovare a vicenda, scoprire posti nuovi… Abbiamo anche le stesse idee a livello etico e politico, ci piace stare insieme e non ci sono rivalità o invidie. Aris ha due fratelli maschi, uno con due figli piccoli, ho conosciuto anche loro e sono fantastici. Il popolo messicano è per natura molto accogliente, che tu sia bianco, nero, giallo, per loro sei comunque una persona da scoprire, quindi anche nei suoi amici ho sempre trovato persone molto bendisposte. Dal punto di vista umano non mi posso assolutamente lamentare, anzi, mi trovo molto meglio che con gli italiani, in questo senso potrei andare in Messico a vivere domani. A livello di vita, di ritmi, di società, ci penserei bene, nel senso che a livello di diritti sono abbastanza indietro.

Cos’è che ti ha colpito di lui?
Sicuramente l’aspetto fisico, che penso che conti in ogni coppia all’inizio, dopo si va oltre. Mi è piaciuto il suo essere solare, la sua serenità, la felicità a prescindere: il messicano è felice a prescindere. Sono molto più sereni, vivono la vita come viene, sono molto meno pesanti e meno lamentosi di noi. Poi mi è piaciuto per altre caratteristiche “normali”: è simpatico, è un giocherellone, aspetti che può
avere anche un uomo normale.

Quali sono stati i momenti più felici che avete vissuto insieme?
Penso che siano stati i due anni in cui siamo stati in Messico: prima di tutto perché facevamo un lavoro che ci permetteva di vivere in un posto fantastico, sul mare dei Caraibi; avevamo un solo giorno libero a settimana, che può sembrare poco, ma in un posto così bello potevamo davvero staccare la spina, un giorno a settimana era come se per noi fosse un viaggio di nozze. Quando poi torni alla realtà, ai problemi quotidiani, non è più la stessa: siamo felici, siamo sereni, però lì eravamo proprio fuori dal mondo, quindi è stato davvero bello.

Ci sono delle cose su cui discutete spesso?
Lui è qui da solo, la sua famiglia è tutta in Messico, quindi lui ha solo me, so che la sua felicità in Italia dipende da me. È una grossa responsabilità perché devi farlo stare bene emotivamente, devi fargli conoscere delle persone così che abbia degli amici, devi farlo star bene come moglie… Devi fare in modo che ne valga la pena, devi impegnarti per questo. All’inizio della relazione ci sono delle incomprensioni anche banali, dovute al fatto che uno dà per scontata una cosa, mentre per l’altro è diverso. Bisogna sempre cercare di capire quando è il caso di impuntarsi o di lasciare perdere. Io immagino che la cosa più difficile sia non avere vicino la famiglia, gli amici, i nipoti… Il peso di quella mancanza si sente. Cerchiamo di andare a trovarli il più possibile, ma non è sempre facile: bisogna ritagliarsi il tempo necessario per andare a trovarli, oltre che avere i soldi per coprire le spese del viaggio.
Un elemento importante sono sempre i soldi, credo lo sia un pò in tutte le coppie, ma nelle coppie miste è un aspetto che si vive in maniera molto diversa. Mandare tanti soldi alla famiglia sarebbe un grosso problema, perché la vita ha un costo anche da noi: bisogna pagare le bollette, l’affitto…. Io so che Aris manda dei soldi a due cugini che sono rimasti orfani, tutta la famiglia fa una colletta ogni mese, e ciascuno dà quello che può; sono cifre veramente basse, 50 euro al mese per crescere i ragazzi, non è un problema. Se dovessero diventare cifre più importanti, allora si fan due parole. Ti parlo di soldi perché i messicani sono sperperoni. Questo può essere sia positivo che negativo: non sono persone abituate a risparmiare, si preoccupano dei costi per riparare la macchina quando la macchina si è già rotta; io invece risparmio tanto, spendo solo per lavoro, per i vestiti non spendo mai niente, non sono una che si compra chissà cosa. Far incontrare una che risparmia tanto, bergamasca, con uno tipo “viva la vida” … Non è stato semplice, poi litigando e discutendo ci siamo trovati a metà strada: io ho imparato a vivere in modo più leggero e lui ha imparato a risparmiare un poco.
Altro elemento di discussione è il lavoro: io sono libera professionista, lavoro tanto, ma guadagno meno di un lavoratore normale pagando molte più tasse. Per questo Aris a volte si lamenta, vorrebbe trascorrere più tempo con me. A volte discutiamo per il cibo, ma a entrambi piace la cucina dell’altro. Io però non amo cucinare, non sono la donna italiana per eccellenza, che ama fare le lasagne… Non sono così, se ne farà una ragione.
Quello che mi pesa viene dall’esterno. Capita che sui mezzi chiedano il biglietto a lui ma non a me, perché? Finché si sta in famiglia, tra amici, si sta bene. Però quando si ha a che fare con il mondo esterno, tutto cambia. Sto pensando a quando si va al supermercato e lui con il suo accento latino chiede “dove è il latte?” e non gli viene risposto, lo chiedo io e mi si dice “è lì sul banco”. Questioni banali,  apparentemente molto piccole, ma che succedono spesso e alla lunga stancano.

Avete dei progetti per il futuro?
Facciamo progetti a breve termine, per stare bene insieme. Mia sorella ha avuto un bambino, e ora tutti mi chiedono “quando ne fate uno voi?” anche perché noi stiamo insieme da molto più tempo che non mia sorella e mio cognato. In realtà prima vorrei vedere felice mio marito, piuttosto che avere dei figli, ma un marito infelice: preferisco piuttosto scegliere di non avere figli, ma di dare a mio marito una vita felice e soddisfacente, dato che lui ha fatto una scelta importante per me. Per il momento stiamo a vedere, senza fare troppi progetti.

Se tornassi indietro lo rifaresti?
Si, tranquillamente. Anche perché gli uomini italiani non mi incuriosivano più, non mi attraevano più a livello personale. Non che io abbia avuto chissà quanti uomini, però mi sentivo così, quindi è stato abbastanza naturale andare altrove.

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“The essence of the beautiful is unity in variety”

L’essenza della bellezza è l’unione nella diversità: un inno all’amore al di là dei pregiudizi. Ho inserito questa citazione nella prima pagina della mia tesi sulle coppie miste italiane, che ha segnato la fine del mio percorso alla facoltà di Diritti dell’uomo ed etica della cooperazione internazionale dell’Università di Bergamo. In questi anni segnati dalla rabbia, dalla paura e dalla chiusura nei confronti del diverso, vedere per strada una coppia mista che si tiene per mano è una boccata d’aria fresca: due mondi diversi che si incontrano, nonostante tutto, nonostante tutti.

La curiosità deve fare da guida, perché oltre alla sfumatura della pelle, oltre all’aspetto fisico e all’accento, in ogni persona c’è un universo da scoprire, una storia da farsi raccontare e da cui imparare qualcosa. Lo sanno bene le donne che hanno fatto parte della mia ricerca. Perché proprio le donne? Ho pensato alle parole che la gente riserva alle coppie miste: se è l’uomo italiano a trovare una moglie straniera, al massimo lo si accuserà bonariamente di aver perso la testa; la donna che sceglie un partner straniero invece viene accusata di andare in cerca di guai, con tutti i bravi italiani che ci sono, proprio con un “extracomunitario” deve stare? I pregiudizi nei confronti di questo modello di coppia sono ancora più forti, stare insieme può essere ancora più complesso. Per questo motivo ho intervistato 10 donne italiane che avessero un compagno extraeuropeo: coraggiose, curiose, forti, queste donne mi hanno raccontato la loro relazione con un uomo di un altro Paese.

Nelle prossime settimane ne conosceremo 9, attraverso i loro racconti e le loro emozioni: ho chiesto loro di parlarmi di come si sono conosciuti, della loro vita quotidiana, delle loro discussioni e dei momenti più belli della loro storia. Quattro di loro hanno un compagno musulmano: la religione è in questi casi un terreno di confronto molto fertile che, al contrario dei moniti che siamo abituati a sentire, non porta alla sottomissione di uno a discapito dell’altro, ma ad un equilibrio che soddisfa entrambi. Le storie di queste coppie sono molto diverse tra loro:

Simona è sposata da 18 anni con Alassane e ha 2 figli, mentre Benedetta ha 22 anni e conosce Dimitri da 4 anni circa; Alessandra ha conosciuto Alieu in un centro di accoglienza, mentre Alessia ha incontrato Ousmane sull’autobus. Tuttavia, ciascuna di esse è prova inconfutabile del fatto che le coppie miste non sono un mondo a parte, un’eccezione da guardare con sospetto, ma una realtà di cui prendere atto e da scoprire: sono un laboratorio di mediazione e di integrazione, in cui l’elemento fondante è l’amore per l’altro, nella
sua interezza, al di là di ogni etichetta.

Le donne che hanno partecipato a questa ricerca rappresentano per me un esempio da seguire, se
non alla lettera, sicuramente per quanto concerne il loro atteggiamento, la loro apertura e la loro capacità di andare al di là dei preconcetti: nel periodo storico in cui ci troviamo, siamo quasi costretti ad avere a che fare con persone di un’altra origine, di un’altra cultura, ma sta a noi decidere se rendere questo incontro insignificante e carico di tensione o un’opportunità per entrambe le parti
di crescere e di ampliare le proprie vedute, di vedere la persona che sta al di là della sfumatura della sua pelle.

Clicca qui per iniziare a leggere le storie

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Grazie ad una collaborazione con il progetto “Expat”, le persone in relazione mista potranno partecipare ad una serie di incontri dedicati, con l’obiettivo di discutere ed affrontare le principali difficoltà rispetto alla genitorialità, la relazione di coppia, la relazione con le famiglie d’origine, l’inclusione sociale e lavorativa dell partner migrante, esperienze di pregiudizio o discriminazione, ecc..

Il primo incontro si terrà presso la Casa del Quartiere di San Salvario Via Morgari 14, To

DOVE? NEL SALONCINO AL PIANO TERRA!

Date: Lunedi’ 17 febbraio 2020 dalle 19 alle 20,30

Seguiranno altri 3 appuntamenti: 16 marzo 2020 – 27 aprile 2020 -18 maggio 2020

Per info e prenotazioni tel. 328/3599866 – sito web: www.expat-top.it  email: expat-top@expat.it

Scarica la Locandina

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AIFCOM CERCA UN REFERENTE TERRITORIALE

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Aifcom sta lavorando per attivare gruppi territoriali in tutta Italia. L’obiettivo, infatti, è quello di essere più vicini, dando così la possibilità a più persone di partecipare ai vari eventi.

Se sei uno psicologo/a, counselor, antropologo/a o hai un’esperienza lavorativa nell’ambito dell’intercultura e del fenomeno migratorio, e sei interessato/a a diventare referente territoriale inviaci la tua candidatura, insieme al cv, a info@aifcom.org

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Riprendono gli incontri mensili dedicati a tutte le persone in relazione mista, che abitano a milano e dintorni, presso il C.I.Q. in Via Fabio Massimo 19, Cascina Casottello. Essi rappresentano un’occasione in cui confrontarsi e cercare risposte ad alcune questioni cruciali, attraverso la condivisione delle esperienze dei partecipanti. L’idea è quella di formare un gruppo coeso, facendo leva sull’esperienza di tutti/e

I gruppi saranno condotti dal dott. Alberto Mascena (Psicologo, Psicoterapeuta, docente universitario e Presidente Aifcom) e Cristina Sebastiani (Counselor, esperta in management interculturale).

Le date
  • Sabato 25 gennaio – ore 11:00/13:00
  • Sabato 22 febbraio – ore 11:00/13:00
  • Sabato 28 marzo – ore 16:00/18:00
  • Sabato 18 aprile – ore 16:00/18:00
  • Sabato 30 maggio – ore 16:00/18:00
  • Sabato 27 giugno – ore 16:00/18:00
  • Sabato 25 luglio – ore 16:00/18:00
  • Sabato 26 settembre – ore 16:00/18:00
  • Sabato 31 ottobre – ore 16:00/18:00
  • Sabato 28 novembre – ore 16:00/18:00
  • Sabato 12 dicembre – ore 16:00/18:00

Per maggiori informazioni  o per iscrizioni manda una e-mail a info@aifcom.org o segui la pagina dell’evento Facebook al seguente link: https://facebook.com/events/s/spazio-di-parola-per-famiglie-/3260172190663756/?ti=icl

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Il 3 novembre 2018 Aifcom, insieme ad OIPSIM (Organizzazione Italiana di Psicologia delle Migrazioni) ha organizzato il primo evento in Sicilia dedicato al tema delle unioni miste.

Sono stati affrontati i temi principali che ruotano attorno a tale fenomeno, attraverso il coinvolgimento diretto dei partecipanti.

Il concetto di “misto” è stato il tema più dibattuto, poiché evoca un’idea di “differenza” ancora poco chiara, tanto nelle scienze sociali quanto nell’opinione pubblica.

E’ stato un modo anche per avviare il gruppo Aifcom di Catania, attualmente coordinato da Bruna D’Angelo e Amadou Keita. 

Restate aggiornati per tutti gli eventi futuri, iscrivendovi alla newsletter e visitando la pagina Facebook “Aifcom”.

 

Alla prossima!

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Incontro coppie 27 ottobre ee

Durante l’incontro per coppie miste organizzato da Aifcom il 27 Ottobre 2018 (2° incontro) presso la Cascina Casottello hanno partecipato circa 10 persone. E’ stato un momento molto utile, in cui i partecipanti hanno potuto usufruire di uno spazio di ascolto libero da pregiudizi. Il confronto con le altre coppie permette infatti di ritrovarsi in esperienze simili, e trarre dal gruppo nuove possibilità di crescita.

Diversi sono stati i temi che hanno suscitato interesse, e tra questi la religione risulta essere l’argomento che maggiormente ha coinvolto i partecipanti. Si è parlato di conversione ad una nuova religione, del peso/valore della religione d’origine e quanto questa influenzi il rapporto di coppia.

Alla luce degli ultimi due incontri, gli obiettivi che sono stati individuati e che Aifcom vuole perseguire sono:
Ob 1. Offrire un spazio accogliente, sicuro, libero da pregiudizi
Ob 2. Sostenere i membri della diade nel percorso di formazione della coppia, nella comunicazione alla famiglia d’origine, regolare lo scambio comunicativo, sostenere un eventuale conversione religiosa.

Restate aggiornati per conoscere la data del prossimo incontro!

Lo staff di Aifcom

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